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Quel "furfante" di Caravaggio

Un'interessante mostra all'Archivio di Stato di Roma esplora la vita quotidiana del celebre artista nei primi anni del XVII secolo. Protagonista assoluta la stessa città capitolina, vista attraverso lo sguardo inedito dei suoi abitanti più umili.

Caravaggio non finisce mai di stupire: non si sono ancora spenti gli echi delle grandi mostre nazionali dello scorso anno, fatte in onore del quadricentenario della morte dell’artista, che l’Archivio di Stato di Roma ha organizzato un nuovo allestimento sulla vita del tormentato pittore lombardo, ricollocandolo stavolta al centro della scena italiana di inizio Seicento. Attraverso documenti inediti, conservati e restaurati presso lo stesso Archivio, l’intrigante esposizione ricostruisce infatti aspetti poco conosciuti della personalità merisiana, vista nel suo momento di massima potenza creativa. E, come in una detective story di altri tempi, tenta di far luce sui veri motivi che spinsero Caravaggio ad abbandonare la città capitolina nel 1606, inseguito da una condanna ufficiale delle autorità papali.

Partendo da missive personali, atti giudiziari e testimonianze dirette, la mostra presenta quindi un ritratto molto realistico del geniale pittore, osservato nella sua esistenza quotidiana di via della Scrofa, dove giunse nel 1597 ospite dell’amico Lorenzo Carli. Allora tale zona era molto popolare, piena di taverne e botteghe artigianali, ed il giovane artista instaurò subito una fitta rete di relazioni con colleghi come Prospero Orsi e Onorio Longhi, ma anche col barbiere Marco Benni e il rigattiere Costantino Spada, compagni di sfrenate baldorie notturne. E le carte dell’Archivio fanno anche luce sulla nascita del celebre studio di vicolo San Biagio, affittato da Prudenzia Bruni per pochi soldi e ristrutturato dal pittore per garantire la massima resa delle sue sessioni di posa.

C’è poi spazio per importanti commissioni come quella per la pala della Morte della Vergine, vista qui attraverso le righe del suo contratto ufficiale, e per un malizioso elenco di pittori “buoni” e “cattivi”, redatto da Merisi per farsi gioco dei suoi numerosi rivali locali. Rivali ben rappresentati nell’espozione romana dall’Autoritratto di Giovanni Baglione, il Cristo morto tra angeli di Federico Zuccari e il Davide con la testa di Golia di Orazio Gentileschi, tutti messi a fianco delle relative carte caravaggesche. Ma la mostra assume presto toni cupi con la sezione dedicata ai guai giudiziari dell’artista, protagonista assoluto di vicende spesso brutali. Si va dalle minacce al cameriere Pietro da Fosaccia, “colpevole” di non aver indicato l’esatta ricetta di un piatto di carciofi, alla pesante campagna diffamatoria contro Baglione, sino al drammatico omicidio di Ranuccio Tomassoni, che costrinse infine il pittore a fuggire da Roma nel 1606. Le carte giudiziarie svelano ogni aspetto di questi torbidi eventi, sottolineando la natura violentemente “anti-sociale” di molti comportamenti merisiani.

Inseguito da una condanna ufficiale della giustizia pontificia, Caravaggio si rifugiò prima a Napoli e poi a Malta, nel disperato tentativo di ricominciare da capo la propria fortunata carriera artistica. Tale tentativo sembrò concretizzarsi con la grazia ottenuta dal cardinale Scipione Borghese, amico e patrono del pittore lombardo, ma Merisi non fece in tempo a rivedere gli stretti vicoli di Roma, teatro sia dei suoi successi che dei suoi fallimenti esistenziali: colpito da una violenta febbre, egli morì infatti nell’estate 1610 a Porto Ercole, venendo sepellito in una semplice fossa comune. L’allestimento di Sant’Ivo alla Sapienza si chiude quindi con il sontuoso ritratto di papa Paolo V, eseguito nel 1605, che Caravaggio non riuscì a ringraziare personalmente per la grazia ricevuta.

Caravaggio a Roma. Una vita dal vero - Archivio di Stato di Roma, Sant’Ivo alla Sapienza - sino al 15 maggio 2011

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