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L'italia è un paese ricco di risorse energetiche

parte terza

«In quali modi e con quali tecnologie si possono sfruttare i giacimenti
nascosti di energia?». «In primo luogo occorre ridurre gli sprechi nei
consumi finali di energia: nel riscaldamento delle case con una buona
coibentazione, nell’illuminazione con lampade ad alta efficienza, negli
elettrodomestici utilizzando quelli in classe «A» o «plus», nelle macchine
operatrici industriali eccetera. In secondo luogo occorre eliminare tutti
gli usi impropri dell’energia elettrica, cioè tutte le apparecchiature che
trasformano l’energia elettrica in calore: scaldabagni, stufe, fornelli
(anche le lavatrici non si capisce perché debbano scaldare l’acqua
elettricamente e non possano usare quella scaldata dai boiler a gas). In
terzo luogo occorre accrescere i rendimenti dei processi di trasformazione
energetica, riducendo al minimo le perdite sotto forma di calore
inutilizzato. Le centrali termoelettriche tradizionali vanno sostituite da
centrali a ciclo combinato, gli impianti di produzione di vapore
tecnologico e le caldaie per il riscaldamento da cogeneratori. In quarto
luogo si può recuperare l’energia termica di scarto di alcuni processi
produttivi e di altri usi finali mediante scambiatori di calore (l’aria
calda che viene ricambiata negli ambienti, l’acqua calda tecnologica e
quella sanitaria) o mediante pompe di calore, che possono utilizzare anche
il calore atmosferico e l’acqua di falda. Infine, si deve utilizzare il
potere energetico di alcuni materiali dismessi o gettati: biomasse e
plastica senza cloro.
Contestualmente a queste operazioni occorre sostituire progressivamente l’
energia solare conservata nelle fonti fossili con l’energia solare fresca
delle fonti rinnovabili: biomasse, acqua, vento, solare termico, solare
fotovoltaico. La somma di questi interventi consente di abbattere
drasticamente, e in tempi brevi, i consumi di fonti fossili a parità di
servizi finali. I risparmi che si ottengono sui costi di gestione
consentono di ammortizzare i costi d’investimento di queste tecnologie. E
se t’interessa, in misura proporzionale alla riduzione dei consumi di
fonti fossili si riducono anche le emissioni di CO2. Spendendo di meno si
inquina anche di meno». «Ma allora chi si rifiuta di sottoscrivere gli
accordi di Kyoto sostenendo che richiedono spese troppo alte, racconta
frottole?». «Non solo su questo argomento, mi pare».
«Toglimi ancora una curiosità. Nei contratti Esco paga chi vende e chi
compra non spende niente». «Può sembrare paradossale, ma è così». «Allora,
se un Comune, una Provincia, l’Amministrazione penitenziaria, una ASL,
volessero aumentare l’efficienza energetica dei loro edifici utilizzando
questo tipo di contratti, come possono fare? Le normative sugli appalti
pubblici impongono che vengano effettuate gare per scegliere tra le
offerte dei fornitori quella più conveniente per la pubblica
amministrazione. Ma se chi compra non paga, sulla base di quali criteri si
può valutare l’offerta più vantaggiosa?». «Sulla durata dei tempi di
rientro dell’investimento. Più alto è il risparmio che si pensa di
ottenere in relazione ai costi d’investimento del progetto che si
presenta, minore è il numero degli anni necessari ad ammortizzare le spese
attraverso il risparmio economico conseguente al risparmio energetico». «E
se uno dei concorrenti, pur di vincere la gara indica un numero di anni di
rientro dell’investimento inferiore a quello effettivo?». «Si fa del male
da solo perché incassa meno soldi di quelli che ha speso. L’
amministrazione potrà pure avere un risparmio minore a quello che si
aspetta, ma avrà avuto comunque una riduzione dei costi di gestione senza
aver speso nulla. Molto più probabile che si verifichi la situazione
opposta. Che cioè i concorrenti per mettersi al sicuro ed evitare brutte
sorprese al momento del rendiconto finale, valutino con estrema prudenza
il risparmio che possono ottenere e si riservino un margine di sicurezza
indicando un pay back un po’ più lungo di quello effettivo. In questo caso
l’amministrazione al termine del contratto si troverà la lieta sorpresa di
spendere meno di quello che era previsto». «Ho ancora un dubbio. Non mi
risulta che nella normativa sugli appalti pubblici, la cosiddetta “Legge
Merloni”, sia prevista la possibilità di stipulare contratti con la
metodologia delle Esco». «C’è, invece, un articolo che sembra fatto
apposta: il 37 bis. Questo articolo definisce la procedura del project
financing nella realizzazione delle opere pubbliche. Se una pubblica
amministrazione vuole realizzare un’opera ma non ha in bilancio i soldi
per farla, può accettare che venga costruita da un privato,
lasciandogliene in cambio la gestione, e i proventi economici che ne
derivano, per un numero di anni non superiore a trenta. Il procedimento
amministrativo prevede che il privato presenti, praticamente a sue spese,
il progetto dell’opera e il piano finanziario per ammortizzarne i costi. L
‘ente lo pubblicizza e mette in bilancio, come rimborso delle spese di
progettazione, un cifra pari al 2,5 per cento del valore dell’opera (le
tariffe dei progetti presentati su sua richiesta ammontano al 10 per
cento), invitando altri operatori a presentare, all’interno di quel
budget, progetti e piani finanziari concorrenziali a quello ricevuto. Se,
entro la scadenza fissata non ne riceve altri, l’incarico viene affidato
al promotore. Se, invece, ne riceve di più vantaggiosi, il promotore ha
comunque un diritto di prelazione purché si adegui all’offerta più bassa
indicata dai suoi concorrenti. Fino ad ora questa procedura è stata
utilizzata per costruire piscine o grandi opere infrastrutturali, ma calza
a pennello per effettuare ristrutturazioni energetiche».
«Mi sembra l’uovo di Colombo. Non capisco come mai sia ancora diventata la
regola dei contratti di riscaldamento. Ti mettono in regola l’impianto
senza farti pagare nulla; si assumono tutti i rischi e dopo qualche anno
ti fanno pure risparmiare.». «Eppure è ancora l’eccezione. Forse non si
fidano. Pensano che ci sia qualche trucco sotto, o forse hanno problemi
più importanti a cui pensare. Che so, dare medaglie alle corse campestri.
Comunque i margini di spreco e di risparmio sono così ampi che qualche
furbacchione utilizza il nome di esco per limitarsi a cambiare a sue spese
le lampade dell’illuminazione pubblica con lampade ad alta efficienza, o i
bruciatori delle caldaie da gasolio a metano, per farsi una rendita
ventennale. Oddio, anche in questo modo si contribuisce a ridurre le
emissioni di CO2, ma è come avere un cannone e sparare pallottole di
carta».

Tratto dal libro di prossima pubblicazione: Maurizio Pallante, Un futuro
senza luce?, Editori Riuniti, Roma, marzo 2004