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Riaprire le case chiuse?

Seguiamo l’esempio dell’Europa...

Nei giorni scorsi si è ritornati a parlare della prostituzione e dell’opportunità o meno di regolarizzare questo traffico, che esiste, nonostante spesso si faccia finta di non vederlo.

Si stima che la prostituzione sia la terza voce di guadagno per il crimine internazionale organizzato, dopo le armi e la droga. Ogni tanto si parla di riapertura delle case chiuse, suscitando grandissime polemiche e scontri politici, ma poi tutto rimane com’è. Resta, così, in piedi un mercato scandaloso privo di garanzie e controlli per tutti: le donne, i clienti, i cittadini che non vorrebbero assistervi e lo Stato che preferisce ignorare.

Questo non avviene, invece, in quasi tutti i Paesi dell’Europa Unita, dove i Governi hanno compreso come la mercificazione dei corpi sia un affare estremamente lucroso e come le “ragazze” siano una merce di valore, che non deve essere lasciata nelle mani dei criminali. In questi Paesi la prostituzione non è scomparsa (sarebbe un’utopia credere che ciò possa accadere), ma è stata regolata. Le donne si sono riunite in cooperative o sono state costrette a “lavorare” solo in determinate zone, dove possono essere controllate dal punto di vista sanitario e fiscale e soprattutto protette dallo sfruttamento criminale.

Questa non è una soluzione, è vero, ma è una delle poche praticabili e realistiche. Non ci si può, infatti, nascondere dietro il nobile principio secondo cui lo Stato non può “riconoscere” questa professione nè tanto meno dietro l’illusione che è possibile trovare dei lavori alternativi in un Paese che ha quasi il 10% di disoccupazione nè sperare di redimere i clienti. Se fosse possibile tutto questo vivremmo nel paese delle favole.

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