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8 Marzo e infibulazione

Ancora oggi, in alcune parti del mondo, solo una donna mutilata viene considerata una donna completa. Non si conosce con certezza l’origine e il motivo di queste pratiche

Mentre le donne occidentali si preparano a festeggiare l’8 marzo, data simbolica di un riscatto femminile fatto di cene in pizzeria tra donne e di locali che organizzano serate solo per loro, in tutto il mondo ci sono almeno 130 milioni di donne che hanno subito mutilazioni genitali.

Queste cifre agghiaccianti riguardano 40 nazioni, inclusi Italia e Stati Uniti, a causa del fenomeno sempre più crescente dell’immigrazione. In questi Paesi, secondo la tradizione, l’infibulazione, in tutte le sue varianti, rende una donna pura, completa.

Infibulazione, una parola che fa orrore, ma dai contorni non ben definiti. Perché riassume in sé tutte le varianti delle mutilazioni genitali femminili, che cambiano a seconda della cultura di riferimento. Può andare dalla cosiddetta sunna, operazione che taglia solo una parte della clitoride, all’escissione vera e propria, in cui vengono asportate anche le piccole labbra e le grandi vengono cucite con un filo di seta, lasciando aperta solo una piccola fessura, che serve a eliminare l’urina e il sangue mestruale.

Sembrano riti barbari alla nostra cultura ma sono consuetudini e tradizioni radicate in altre. Il fenomeno comincia a presentarsi pure in Italia, tanto che il problema è arrivato in Parlamento. Solo nel nostro Paese vivono circa 45 mila donne mutilate e le domande che le strutture ospedaliere e pediatriche ricevono sono di 6 mila nuove infibulazioni ogni anno. Per fortuna in Italia si tratta di un intervento vietato, ma la contabilità è comunque da brivido.

Cosa fare allora? Due le possibilità che si fanno strada: reprimere o cercare un dialogo tra le culture. La prima vuole la punizione di questo rito crudele che riguarda milioni di donne in Italia, come propone la Lega Nord. Mentre la seconda mira ad “educare” le persone a rischio formando adeguatamente coloro che possono venire a contatto con loro: insegnanti, operatori socio-sanitari, medici, assistenti sociali, come propone il NAGA di Milano, associazione che si occupa di mediazione culturale tra italiani ed extracomunitari.

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