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Giornaliste in guerra

I diari di chi, sicuramente, non legge "veline"

GIOVANNA BOTTERI

Inviato del Tg3 a Bagdad

La mia Sarah non guarda il Tg

“Hanno appena bombardato la centrale elettrica di Bagdad. La città è piombata nel buio, all’improvviso. Mi preparo per la diretta delle 19 utilizzando le candele. Dal rubinetto esce acqua marrone, piena di terra. I disturbi elettronici, il jamming, hanno messo fuori uso il mio telefono satellitare. Dall’undicesimo piano prendo le scale di sicurezza. C’è un buio che fa paura, per darmi coraggio conto i piani a voce alta. La cosa più importante è trovare la linea e chiamare Sarah, mia figlia. Tanto mio padre guarda i tg, e controlla come sto. Anche come mi vesto, come quella volta che sono andata in onda in maglietta e mi ha fatto una predica con i fiocchi. Mio fratello si aggiorna su Internet, ogni volta che lo sento riusciamo a ridere. Sarah non guarda i tg: molto meglio così. Quando mio padre è a Roma con lei, sono tranquilla, ma adesso lui è tornato a Trieste. Mia figlia dice che le viene la malinconia, e non ha più la testa per studiare. Cerco di rassicurarla. Faccio la madre saggia, anche un po’ severa. Poi però viene la malinconia anche a me, e non ho più la testa per lavorare. E non c’è nessuno che rassicuri me. Le donne che incontro non hanno i soldi per comprare da mangiare, e non possono difendere i figli dalle bombe. All’inizio mi sembravano serene, poi sono entrata nelle loro case e ho visto che per andare avanti prendono tranquillanti. Danno il valium ai bambini che piangono la notte per i missili che cadono dappertutto. E le ho viste negli ospedali, vicine ai loro figli feriti, soffrire in silenzio. Oppure, ferite loro stesse, morire in silenzio. Per non disturbare. Allora, come direbbe Sarah, “la testa mi torna”. Divento voce di chi non può parlare. Forse anche urlo, e questo non va bene. Sicuramente disturbo. Penso solo a raccontare, a trasmettere, a non mettermi in pericolo. L’importante è avere la testa per lavorare”.

MIMOSA MARTINI

inviato del Tg5 a Kuwalt City

Noi croniste? Siamo più brave

“Allarme missilistico qui a Kuwait City. In teoria si dovrebbe correre nei rifugi, in pratica ci si abitua. Anche se me lo ripeto sempre: attenta Mimosa, le disgrazie capitano quando si abbassa la guardia. Da un lato, la visione professionale ti costringe a prendere le cose con freddezza. con lucidità. Dall’altro, quando sei così sotto pressione senti. insidioso. lo stress. Perché no, anche lo stress di essere donna in zone in cui le donne sono terribilmente discriminate. Qui in Kuwait non hanno diritto di voto. In Pakistan i camerieri entravano spavaldi in camera mia: tanto chi la difende una donna sola. A Kabul mi hanno sparato addosso… Ma lo sanno quelli che parlano di trend, di sfizio modaiolo a proposito delle “troppe” inviate italiane al fronte? Lo sguardo al femminile è un valore aggiunto. Noi donne sappiamo occuparci meglio dei casi umanitari, è vero, ma altrettanto bene riusciamo a fare un’analisi strategica. Io non ho famiglia, sono una che resiste e perciò parto e poi chissà quando torno. È’ il mio mestiere, 1’ho scelto. sono consapevole di andare in zone a rischio. Ma non è una passeggiata. I ritmi sono micidiali, si dorme 3-4 ore per notte, ci si collega per 6-7 edizioni al giorno, più gli speciali. E in più, ora mi sento bloccata, blindata in Kuwait, mentre la guerra è più su. Come gli altri colleghi qui, sono pronta a entrare in Iraq. Ci vuole una jeep per passare il confine? E io la affitto. Il gruppo elettrogeno? Lo compro. Bisogna riempire due taniche, una d’acqua l’altra di benzina, e rifornirsi di viveri? Lo faccio: e carico tutto sul tetto. Da sola. Mentre gli altri mi scattano le foto: che fenomeno. Insomma, i momenti di sconforto non mancano. Meno male che ci sono i miei genitori, le email degli amici e questo circo internazionale degli inviati in cui ci si conosce un po’ tutti. Alla fine, ne vale sempre la pena”.

ANNA MIGOTTO

inviato del Tg4 a Bagdad

Prego contro le bombe

“Questa notte non hanno ancora iniziato a bombardare. Non sento gli aerei. Né il sibilo dei missili. La contraerei tace e resta in silenzio anche il muezzin, che con la sua preghiera oppone le parole della fede a quelle della guerra. È presto, arriveranno all’alba, a interrompere un sogno o un incubo. Mi sveglierò all’improvviso col cuore in gola. Penserò, come penso da 14 notti, che non c’è nulla di più orribile che sentirsi minacciati dal cielo, di più angosciante della conta di quei secondi che passano dal rumore dell’aereo che vola sulla testa a quando il missile si precipita sull’obiettivo. Pochi attimi, ma sufficienti per chiederti dove colpirà, dove vedrai salire il fumo biancastro dell’esplosione, qualche volta le fiamme di un incendio. E speri che sia lontano. Che sia in un posto disabitato. Che il missile porti distruzione su obiettivi militari, caserme, palazzi presidenziali, basi aeree e carri armati. Ogni volta prego che in quel momento nessun essere umano, nè un civile, nè un uomo obbligato a portare una divisa, sia vicino al target. Ogni volta prego che sia lontano da me. La scelta di venire a Bagdad è stata un processo complicato. E doloroso. Anche se non è la prima volta che mi trovo a essere testimone di una guerra: in Ruanda ho visto, con terrore, la morte per machete. E anche se ho un compagno che mi incoraggia. Nei miei desideri, vorrei la migliore delle guerre chirurgiche, la più asettica, la più precisa. Una guerra senza volti di bambini terrorizzati. Senza occhi di donne invecchiate di colpo, senza passi di uomini che si trascinano come fantasmi. Una guerra che non si è mai vista in nessuna parte del mondo. E che non vedrò in questa “battaglia finale”, in quest’ultimo atto di tragedia. Una guerra senza morti e senza feriti. Una guerra piena di pietà. Comunque sia, sono qui per raccontarla. Per adesso, “tengo bene”. La corda non si è ancora spezzata”.

GABRIELLA SIMONI

inviato di Studio Aperto a Bagdad

Io non ho paura (i miei cari sì)

“E’ notte. Fuori dalla mia stanza bombe e missili: la guerra entra anche qui quando il soffitto e le pareti tremano per l’onda d’urto. Mi rendo conto che può sembrare strano, ma mi sento al mio posto. Penso a Francesco, il mio bambino che ha quasi otto anni ed è figlio di due inviati. Non capita a tutti i bambini di avere mamma e papà a Bagdad. A lui è successo, e si arrabbia solo quando non può vedere il Gran premio di Formula Uno con il papà o quando capisce che siamo ad aprile e non potremo più andare a sciare insieme. E’ forte e bravo. Mi sembra di vederlo sbucare da ogni angolo, lo riconosco in ogni bambino che gioca a calcio per strada. Mi manca. Eppure non mi sento in colpa. Sto peggio quando sono in redazione il sabato e la domenica e non riesco a stare con lui. Penso a mia madre e a mio padre, che mi permettono tutto questo. Sono loro che si occupano di mio figlio quando non ci sono. Ho fatto un compromesso con me stessa. Cerco di partire quando la crisi è al culmine. Ma dall’11 settembre in poi la crisi è sempre al culmine. Penso a Tommy e Margherita, gli altri due figli del mio compagno. La nostra famiglia è molto unita. Non averli vicino mi pesa. E spesso mi domando: se per loro, per i ragazzi e soprattutto per Francesco, non dovrei essere altrove. Non ho paura, ma so che loro hanno paura per me. E credo che sia ingiusto far ricadere sugli altri le proprie scelte. Ogni mattina quando mi alzo penso che il piccolo vorrebbe una madre che lo vesta, lo prepari, lo porti a scuola e lo vada a riprendere. Che lo rimproveri, lo aiuti a fare i compiti e lo abbracci tutti i giorni. Di questo sì mi sento in colpa e per questo, solo per questo, a volte mi chiedo: che ci faccio qui?”.

MARIA GIANNITI

inviato del Gr Rai a Gerusalemme

Vivo con la maschera antigas

“Qui a Gerusalemme c’è uno stato di attesa. Questa città, colpita da uno Scud durante la Guerra del Golfo nel 1991, potrebbe diventare un campo di battaglia da un momento all’altro. Ma ora, apparentemente, tutto tranquillo. Vado in giro a piedi per iaffa Street, mi rilasso, quasi quasi lascio la maschera antigas in camera: invece dovrei poterla indossare in tre minuti. Quindi devo portarla sempre con me. Domenica volevo raggiungere Amman per un servizio, ed ecco l’attacco suicida di Netanya. E lo stato di sospensione diventa stato d’allerta. La paura. L’orrore. Unico inviato donna del Gr, vado a trovare il padre dell’ultimo kamikaze. Un posto di blocco dietro l’altro. Cumuli di sabbia come trincee. Partita con un autista, nei Territori arrivo in taxi. Va tutto bene, dico ai miei che telefonano. Perché so che c’è molta più agitazione a casa che qui. Dove la vita, per ora, è tornata terribilmente normale”.

SILVIA BRASCA

inviato dei Tg5 a Gerusalemme

Questo lavoro: una missione

“Sono una cronista, alla mia prima esperienza come inviato “di esteri”. Non “di guerra”: Gerusalemme non è zona di guerra, qui non piovono bombe dal cielo. C’è però un nervosismo esasperato nell’aria. Mescolato a un fatalismo che sorprende. A Netanya vedo la gente seduta nei caffè a 200 metri dal luogo dell’assalto suicida. Chiacchiera. Ma, dall’altra parte della strada, altri strepitano, urlano cose terribili. Non sono qui per caso. Gli inviati degli esteri sono al fronte, il direttore sa del mio interesse per la questione mediorientale, mio marito mi incoraggia… ed eccomi a Gerusalemme. La guerra è lontana, ma anche vicinissima. Adesso il mio primo pensiero è il lavoro, la preoccupazione di restare impermeabile alla propaganda e dì verificare le notizie: in questa terra di grandi passioni non è facile. Fortuna che in cronaca l’attenzione ai dettagli è un’abitudine. Sono entusiasta della “missione”. Ma anche tristissima. La guerra c’è davvero, è dietro l’angolo. Sono una cronista partita per raccontare disgrazie”.

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