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Giuseppe Gioachino Belli

Il poeta che nei versi in dialetto fece rivivere mentalità, spirito e disincanto del popolo romano

Giuseppe Gioacchino Belli Giuseppe Gioachino Belli (Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli) nasce a Roma il 7 settembre del 1791 da Gaudenzio Belli e Luigia Mazio e la sua infanzia la vive a Napoli poiché i francesi, che avevano occupato lo stato pontificio, continuamente perseguitavano il padre.

La famiglia si stabilisce in seguito a Civitavecchia dove per un epidemia di colera muore il padre.

Belli con la madre e gli altri fratelli torna ad abitare a Roma in Via del Corso.

Conosce Francesco Spada con cui stabilisce un’amicizia che proseguirà fino alla morte del Belli e con lui inizia la sua attività di poeta e tra il 1805 ed il 1816 inizia a scrivere poesie in dialetto romanesco.

In seguito alla morte della madre interrompe i suoi studi e lavora come segretario presso il politico polacco principe Stanisław Poniatowski (Varsavia, 23 novembre 1754-Firenze, 13 febbraio 1833), impiego che in seguito lascerà per sopravvenuti contrasti con il principe; si impiegherà come copista e darà lezioni privati per poter vivere.

Sposa una donna più grande di lui di diversi anni Maria Conti, che con la sua dote gli permette di dedicarsi alla sua attività di poeta che continuerà a crescere sia di poesia in italiano ma soprattutto e in prevalenza di poesia romanesca.

Ha due figli Ciro e Felice Luisa che morirà a soli due anni; in seguito morirà anche la moglie e una sorella di lui che si era fatta suora.

Il 21 dicembre del 1863 muore a causa di un ictus; nel suo testamento aveva disposto la distruzione delle sue opere che dovevano essere bruciate, ma il figlio non rispettando la sua volontà ha trasmesso al mondo la conoscenza della sua opera.

Nei suoi sonetti che sono più di duemila, si rispecchia la mentalità e la filosofia, lo spirito e il disincanto del popolo romano.

Monumento al Belli Nel quartiere di Trastevere, in Piazza Gioachino Belli, si trova un monumento a lui dedicato che mostra il poeta romanesco appoggiato al parapetto del ponte.

La sua salma riposa in una tomba al Verano.

“Nove mesi a la puzza: poi in fassciola / tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni: / poi p’er laccio, in ner crino, e in vesticciola, / cor torcolo e l’imbraghe pe ccarzoni. / Poi comincia er tormento de la scola, / l’abbeccè, le frustate, li ggeloni, / la rosalía, la cacca a la ssediola, / e un po’ de scarlattina e vvormijjoni. / Poi viè ll’arte, er diggiuno, la fatica, / la piggione, le carcere, er governo, / lo spedale, li debbiti, la fica, / er zol d’istate, la neve d’inverno… / E pper urtimo, Iddio sce bbenedica, / viè la Morte, e ffinissce co l’inferno.” (La vita dell’Omo - Giuseppe Gioachino Belli)

Foto 1^: www.06blog.it