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Capitolo Ventidue

Da "Wish you were here" di Angelo Angellotti.

I giorni erano trascorsi ed il mio progetto di prolungare il soggiorno era reso impossibile da una sessione d’esame che incombeva come una mannaia.

Era l’ultimo giorno in cui ci saremmo sicuramente stati tutti, l’indomani qualcuno sarebbe ripartito per tornare a casa. In questi momenti senti sempre la tristezza che ti attanaglia e ti stringe la gola; provi a liberartene cercando conforto negli altri, e gli elemosini la certezza di poterli rincontrare perché sono stati parte di te, del tuo racconto della tua vita e non è giusto perderli; altrimenti te ne sentiresti diminuito e dai retta a John Donne e ciò che hai letto sulla prima pagina de “Per chi suona la campana”, che ogni uomo non è un’isola circondata dal mare ma parte di un continente.

Quando uscivo di casa, avevo sempre l’impressione che i nostri “host” non ci fossero e mi sono sempre chiesto dove andassero prima delle otto ogni giorno, non glielo chiesi mai e non lo seppi mai.

Quel giorno c’erano le presentazioni delle conclusioni tratte in seguito alle nostre discussioni fatte nel corso dei workshops.

Nessuno aveva voglia di parlare delle conclusioni e quel giorno fu speso interamente nello scambio di indirizzi e numeri di telefono e foto uguali fatte con macchine fotografiche diverse.

- That fucking German seller mi ha venduto una scheda telefonica tedesca invece che quella internazionale come gli avevo chiesto, ma perché non imparano l’inglese- disse John incazzato con una carta telefonica in mano.

Gli avrei voluto rispondere che se anche avessero imparato l’inglese sarebbe stato alquanto difficile comprendere il suo modo di parlare, biascicato e veloce.

- Che testa di cazzo- gli dissi ma non servì a placare la sua ira.

Credo ci sia riuscita Virginia, che riuscì finalmente a rubargli l’indirizzo e un bacio.

Poi cantammo, “Imagine” di John Lennon, mentre Sonia , Fred, Michael e Mohamed disegnavano su un telo bianco la parola “pace” scritta nelle nostre lingue d’origine.

In quei giorni mi ero disintossicato dalle tossine del natìo borgo selvaggio e provavo disagio a parlare italiano quando telefonavo a Daniela.

Quella sera ci sarebbe stato il party di chiusura, e avevo intenzione di distruggermi fisicamente con birra vino e quant’altro m’avrebbe reo una cosa sola con John , Fred e gli altri.

- Ho visto l’altro italiano ieri sera…

- Michele?

- Prima ha avuto un simpatico tet-a-tet con la cinesina, poi è andato via con la russa…è uno che ci sa fare.

- Credimi John finirà male…

- Come lo sai?

- Lo so…

- Che sai Angelo? Cosa che io non posso sapere?- urlò una voce alle mie spalle…

Era Michele, terrorizzato, incazzato, frustrato, stanco. Dormiva ormai pochissimo era deperito nei giorni della nostra permanenza. Avrei volto aiutarlo ma francamente non sapevo come.

Rimasi in silenzio e gli presentai l’inglese accanto a me.

- Si va alla cerimonia di chiusura stasera?

- Si va? Si deve…

Si giocava tutto Michele quella sera. Francamente non capivo certi meccanismi, voglio dire: poteva avere Su Lynn e stare bene con lei, invece no, s’era messo in testa Asya come un chiodo impossibile da sradicare dal muro. Ma, come dargli torto, era bella, cazzo se lo era.

Quella festa era per Michele un po’ come l’ultima ora del sabato per gli studenti. Poteva essere carica di emozioni e trascorrere via liscia, oppure per una interrogazione maldestra avrebbe compromesso tutto il week end.

Trascorremmo la giornata tra cazzeggio e shopping, Marvin era diventato l’oggetto del nostro scherno, soprattutto dopo le rivelazioni di Michele. Aumentammo a dismisura i suoi sensi di colpa, rispetto alla ragazza tradita e ai suoi principi religiosi.

- Ti rendi conto Marvin, le hai mancato di rispetto, hai tradito la sua fiducia!

Ora lo ammetto, la fidanzata di Marvin era antipatica sia a me che a Michele senza che la conoscessimo, per una sua pessima abitudine: telefonare quasi ogni giorno alle quattro del mattino al cellulare del fidanzato. D’accordo si trovava nelle Filippine, ma aspettare almeno due ore o anticipare la telefonata di altre due? Perché proprio alle quattro?!

Non lo sapemmo mai.

Marvin si schermiva e cercava improbabili giustificazioni.

- Ma è stata lei che ha fatto tutto…

- E tu perché non ti sei tirato indietro?

- Ma perché…ecco..io…

- Marvin u’ re wrong - sentenziò John con quel suo vocione grave a metà strada tra Hitchcock e l’ispettore Clouseau.

Il tempo passò veloce,come i nostri giorni tedeschi. Michele lasciò per primo l’allegra brigata, andò a casa a prepararsi per cenare in mensa ed essere sicuro di non arrivare in ritardo al party della notte, che ci avrebbe ricondotto alla normalità.

Lo ritrovai poco più tardi e cenò con John , Fred , Marvin e me. Solito petto di pollo con patate, budino alla fragola, verdura, pullover blu e foulard nero al collo ,solito jeans lacero. Eravamo tutti in silenzio in quella atmosfera da ultima cena. Nessuno ebbe il coraggio di parlare per evitate di rovinare tutto.

E il grande salone della mensa era stranamente mesto, illuminato dai continui flash delle macchine fotografiche e dal solito scambio di indirizzi che quasi sembrava un ufficio anagrafe.

Lasciammo Michele lì. John ci disse che andava a cambiarsi, sebbene fossi convinto che di sera l’avrei trovato con la solita maglietta color caffè e il pantalone della tuta.

Io e Marvin tornammo a casa con la bici malconcia.

Michele era come i grandi generali prima della battaglia decisiva, come Di Biagio prima di prendere la rincorsa ed andare al tiro del rigore decisivo. In poche ore si giocava tutto, inferno o paradiso, gioia o tristezza immensa.

Gli amici tedeschi approntavano gli ultimi preparativi per la serata e il pirata era fuori, in attesa. Gli si sedette accanto Silvia, una ragazza italo canadese proveniente da Dio un po’ come l’Angelo accanto a Gesù nell’ orto degli ulivi.

- Che fai qui da solo?- e gli accarezzò i capelli

- Aspetto..

- Anch’io aspetto…tu chi aspetti?

- Un fantasma..Asya la conosci?- E chi non la conosce, soprattutto i ragazzi- e sorrise

Ecco quell’affermazione lo fece stare peggio.

- E tu chi aspetti Silvia?

- Un ragazzo egiziano ed uno polacco e non so chi scegliere…

Michele tirò su le gambe e le sedette di fronte con le mani intrecciate.

- Ed hai già scelto?

- No…di uno mi piace la passione, dell’altro la dolcezza

- Prendili entrambi…

- Alla fine credo che farò così.

Li raggiunse anche John e si sedette con loro, ma per poco perché la bionda tedescona che rideva sempre e che on aveva ancora avuto il tempo di “cambiare”, come diceva lui, perché rideva soltanto, arrivò e lo portò via.

Sembravamo seduti alla pensilina in attesa di emozioni che speravamo ci avrebbero aiutato a stare meglio.

Arrivarono gli angeli di Silvia, salutarono Michele e per un po’ stettero tutti e quattro insieme.

- Silvia siamo stati sulla spiaggia, saresti stata bene con noi, perché non sei venuta?

- Avevo da completare la presentazione dei workshop…vi presento Michele.

- Hello!

- Hello guys…

- Silvia ti va di andare insieme sulla torre dell’orologio?

- Why not? Perché no!- escalmò Silvia contenta e forse quella sera Silvia sarebbe stata la regina di due cavalieri e li avrebbe posseduti entrambi.

Iniziava a calare la notte e Michele per evitare di sbagliare andò a sistemarsi all’ingresso della festa così che non gli sarebbe sfuggito l’arrivo e l’entrata di Asya.

Vide una coreografia di corpi, per più di tre ore: vide Ines con Jan e Paul vestiti tipo Tony Manero ne “la febbre del sabato sera”, vide Mohamed, vide Virginia che cercava John che era con la bionda tedescona, vide Fred con la ragazza portoghese, vide me e Marvin già sbronzo prima di iniziare.

- Che fai non entri?

- Non mi va- disse con le gambe e le braccia distese e lo sguardo fisso sul solito indeterminato punto dell’orizzonte.

Entrammo ma avevo un obbligo preciso: non perdere di vista Michele e godermi la fine del racconto.

Ci sistemammo nella sala con la musica reggae, in realtà più che una discoteca era un bagno turco e mi sentivo come uscito dalla doccia. Bevvi rhum e coca e stavo bene. Ballammo come delle baccanti per più di un’ora mentre Michele era ancora lì fuori, a terra al solito posto, non s’era mosso di un centimetro, come una cosa poggiata lì da una mano soprannaturale.

Purtroppo arrivò. Purtroppo perchè non era sola. Era attaccata al braccio del solito amico della sera precedente. Michele scattò in piedi e si sbracciava per farsi notare…

- Hello Asya, sono qui…hello, ciao - urlava mentre la gente lo guardava con compassione, come si guarda un matto.

Algida Asya, gli dedicò uno sguardo ed un sorriso, poi entrò dentro. Michele rimase per un minuto intero a seguirla con lo sguardo finché non fu scomparsa con l’amico in una delle sale con la musica.

Poi crollò a terra, nello stesso posto dove era seduto prima. E si vide la vita passare davanti e confrontò vittorie e sconfitte e sentiva istintivamente che con Asya non era finita.

C’erano circa mille persone nella mensa adibita ad immensa discoteca con quattro sale e musica di generi diversi. Si accarezzò il viso. Si alzò, entrò dentro e iniziò a cercarla, come i genitori cercano le figlie in piazza quando queste si trattengono più del dovuto. La trovò. Era nella sala di musica pop.

- Volevo parlarti, stare un po’ con te, è l’ultima sera, m’avevi promesso che ti saresti lasciata accompagnare a casa…

- Come?! Che hai detto?- urlava Asya.

- Ho detto che volevo parlarti, stare un po’ con te, è l’ultima sera m’avevi promesso che ti saresti lasciata accompagnare a casa…- cercava di ripetere Michele con un tono più alto di quello della musica.

- Non C-A-P-I-S-C-O N-U-L-L-A!

- Asya volevo dirti…

- Cosa?!

- Ma và a cagare….

E scappò via con le lacrime agli occhi. Osservai la scena. L’avevo vista centinaia di volte nei telefilm per adolescenti, e non avevo mai capito il dolore che riusciva a provocare.Per uno strano gioco di empatia l’avevo avvertito anch’io e smisi di ballare. Avrei voluto seguire Michele e parlargli, ma…

Uscì e si sedette di nuovo allo stesso posto, quasi sperasse di tornare indietro nel tempo, rivivere la scena e cambiare il corso delle cose. Non c’entrava nulla Michele con tutto ciò che accadeva, era semplicemente fuori luogo. Trovò qualcuno seduto lì che gli tenne compagnia: era Fred, con un grosso zaino rosso sulle spalle.

- Come va?- chiese Fred

- Da schifo- rispose Michele.

Fumava Fred, non l’avevo mai visto in tanti giorni insieme fare qualcosa di “così trasgressivo”.

- Il tuo amico, Angelo, la fa sempre facile il fatto è che non siamo in un film e questa non è Hollywood.

Michele non ascoltava. Poi decisero di condividere quella tristezza e Fred gli parlò della sua vita , dei suoi soliti problemi esistenziali che ormai tutti a Greifswald conoscevano. Poi bevvero insieme e ciò rese i due ancora più tristi.

- Quando riparti? - chiese Michele.

- Ho il treno tra qualche ora, vado ad un altro meeting …

- Dove?

- Bielorussia…

- Capito.

- Viaggi per cercare la felicità?

- Per convincermi che in fondo è inutile cambiare ed essere diversi..

- Capito…

Io ero ormai ubriaco, e mi ritrovai a ballare sulle casse tipo cubista, con i tedeschi che fischiavano e mi infilavano marchi nelle mutande. Ero quasi. Non so perché e non so come, solo speravo che nessuno m’avesse fotografato in quello stato.

Distinsi qualche volto che mi salutava e mi gridava “goodbye, addio”, era qualcuno che sarebbe ripartito all’alba e a causa della mia stupidità mi stavo perdendo il fascino perverso e crudele del valzer degli addii. Vidi anche uno con un grosso zaino rosso ma non riuscii a capire chi fosse, ricordo solo che mi urlò: - non vale la pena essere diverso…

- Come ?sé stesso? cosa? – dissi io - ed egli andò via.

Era tardi. Quasi l’alba. La sala iniziò a svuotarsi, stavo meglio e decisi di ritornare a casa. Scesi dalla cassa. Girai tra le sale, per accertarmi che non ci fosse più nessuno da salutare. Erano andati via tutti quelli che conoscevo, tranne uno. Uno disteso su di una poltrona con una tedescona sopra, a cavalcioni.

- John, hai visto è stato meglio non cambiarla!- sorrisi

- Angelo i love you! – urlò John e mi venne da piangere, lo salutai ed andai via.

Uscii e Michele era ancora allo stesso posto, cantava da solo con cinque tedeschi che guardavano e ridevano.

Mi fermai.

- Non vieni a casa?

Non mi ascoltava. Lo guardai di nuovo, lì seduto a terra con le gambe incrociate ed il foulard nero. Non gli dissi più nulla era l’ultima notte ed era giusto la trascorresse come voleva. Andai via, sotto un cielo coperto da nuvole rosse.

- Asya…aspetta devo parlarti.

- No Michele è tardissimo devo tornare a casa…ci rincontreremo prima o poi.

Asya era uscita poco dopo di me e Michele, era scattato in piedi appena ne aveva avvertito l’odore.

Si accasciò a terra e desiderò morire. Rimase lì terra tra Rizla +, bicchieri infranti, cicche di sigarette. Rifiuto tra i rifiuti. Non so cosa lo trattenesse ancora, forse l’ostinata consapevolezza, che l’istinto gli dava , che qualcosa sarebbe successo. Ma non successe almeno non quando credeva lui. Si alzò, attraversò la strada ed imboccò il viale di casa. Quando…

- Michele! Michele aspetta!

Ecco una scena del genere , banalissima per ogni spettatore, riempì di gioia ed orgoglio il pirata. Era Asya, di ritorno, da sola!

- Mi accompagni a casa?

- Asya è tardi…devo andare, al massimo posso stare con te cinque minuti. - disse sconfitto dall’ orgoglio.

- Cinque è troppo poco….

- Ok andiamo…

Tornò indietro e camminava tre , quattro passi dinanzi a lei. Poi sentì due mani aggrapparsi al suo braccio. Le strinse la mano , poi le poggiò il braccio intorno alla spalla. E pianse, forte, pianse tanto, pianse tutto.

- Erano anni che non piangevo, forse non avrò mai pianto in tutta la mia vita - diceva tra le lacrime mentre tentava di ridere- sono contento piango di gioia.

E sentì una mano russa stringere la sua.

- Ti invidio Asya, voglio essere duro e razionale come te…

- Non ora Michele , non ora, fallo per me…

Camminarono insieme per quelle strade che avremmo fatto centinaia di volte in quei giorni a Greifswald, camminavano come due che si erano appena conosciute si raccontavano le proprie vite.

Lei parlava poco e ad ogni passo una lacrima cadeva dai suoi occhi, ma lui non s’accorse di nulla.

- Ti ho cercata in tutti questi giorni, e tu non c’eri…

- Non parlare Michele

E le mise le mani sotto pullover di filo bianco rosso ; sentì la sua pelle calda e liscia e piena di peccato…

- Sei caldissima…

- Meno male altrimenti forse sarei stata uno zombie- e risero tra le lacrime.

Non fecero la stessa strada della notte precedente, ma quella che facevamo tutti i giorni e rividero tutto come un film.

Ed era come Michele se l’era immaginata, in bianco e nero, in sedici noni, con la dissolvenza all’inizio ed alla fine e Trouffault come regista.

Poi Asya si fermò. E Michele sapeva che quel momento primo o poi sarebbe arrivato, e pensava a come baciarla.

- Ecco abito qui…

- Ok…è tutto finito allora…

- Chissà…dammi il tuo indirizzo magari ti scrivo il giorno del tuo compleanno.

E glielo diede, ma lei non lo scrisse.

- Non lo segni?!- egli disse indispettito.

- E’ inutile…- sospirò lei

- Inutile?! Perché inutile?- e cadde di nuovo giù

- Non ti preoccupare Michele, lo ricorderò…

Egli sembrò convincersene.

- Ciao Michele…è stato meraviglioso, credimi ti ricorderò per sempre

Senti un groppo chiudergli la gola ma con un gesto riuscì a farla avvicinare a sé.

La strinse e provò a baciarla. Lei si voltò per evitare il contatto. Non fu un dramma.

Allora quello la strinse fortissimo e lei fece lo stesso, e fu l’abbraccio più lungo di tutta la loro vita. Guancia a guancia, petto a petto, pelle a pelle, anima ad anima.

Lei sentì caldo, tanto caldo che forse pensò di aver sbagliato tutto ed avrebbe voluto baciarlo; ma non ritornò sui suoi passi. Erano due statue greche nella sublimazione dell’ empatìa.

Poi gli sussurrò: è il modo in cui gli italiani dicono addio?

Michele sorrise. Asya avrebbe voluto restare così per tutta la vita.

- Devo andare ora…

- Quando parti?

- Domani pomeriggio

- Sarò alla stazione a salutarti - disse Michele

- No Michele ora o mai più, non voglio più farmi e farti del male…

- Male , ma perché..non senti quello che sento io?

- Le sensazioni contano poco o nulla…ma ora basta, lasciamoci così, ci ritroveremo prima o poi.

Gli diede un bacio sulla guancia, gli accarezzò la mano ed andò via.

Ed egli la vide salire i quattro scalini che portavano alla porta di casa.

Conservò questa immagine come una foto della propria coscienza e pensò che avrebbe dovuto rifare tutta la strada ora da solo.

E si ricordò di Heidi ed Alex e pensò che il libro di Brizzi in fondo non era una puttanata, e che Heidi forse amava realmente Alex anche se non aveva mai avuto il coraggio di baciarlo. Pensò che un bacio non ha nulla di più di un abbraccio del genere, pensò che anche Alex e Heidi si erano abbracciati così prima che lei partisse per l’America, prima del loro addio,

pensò che l’intimità intensa di certi attimi ti penetra l’anima e ti fa stare immensamente bene ed immensamente male e pensò che Asya era la vita che se ne stava per andare.

Era l’alba, alba rossa di un giorno qualunque in Germania, avrebbe cercato Asya ancora e si sarebbero rincontrati, di nuovo nella loro vita e sarebbe stato per sempre.

Lo sentii rincasare e gli sentii addosso profumo di donna.Capii e ne fui contento.

Lo sentii girarsi spesso nel letto poi mi disse:

- Tanto non me ne frega nulla…

Distinsi qualche volto che mi salutava e mi gridava “goodbye, addio”, era qualcuno che sarebbe ripartito all’alba e a causa della mia stupidità mi stavo perdendo il fascino perverso e crudele del valzer degli addii. Vidi anche uno con un grosso zaino rosso ma non riuscii a capire chi fosse, ricordo solo che mi urlò: - non vale la pena essere diverso…

- Come ?sé stesso? cosa? – dissi io - ed egli andò via.

Era tardi. Quasi l’alba. La sala iniziò a svuotarsi, stavo meglio e decisi di ritornare a casa. Scesi dalla cassa. Girai tra le sale, per accertarmi che non ci fosse più nessuno da salutare. Erano andati via tutti quelli che conoscevo, tranne uno. Uno disteso su di una poltrona con una tedescona sopra, a cavalcioni.

- John, hai visto è stato meglio non cambiarla!- sorrisi

- Angelo i love you! – urlò John e mi venne da piangere, lo salutai ed andai via.

Uscii e Michele era ancora allo stesso posto, cantava da solo con cinque tedeschi che guardavano e ridevano.

Mi fermai.

- Non vieni a casa?

Non mi ascoltava. Lo guardai di nuovo, lì seduto a terra con le gambe incrociate ed il foulard nero. Non gli dissi più nulla era l’ultima notte ed era giusto la trascorresse come voleva. Andai via, sotto un cielo coperto da nuvole rosse.

- Asya…aspetta devo parlarti.

- No Michele è tardissimo devo tornare a casa…ci rincontreremo prima o poi.

Asya era uscita poco dopo di me e Michele, era scattato in piedi appena ne aveva avvertito l’odore.

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