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LA SCELTA

Torniamo alla carica. In Italia occorre un programma che cambi il modello esistente. Continuiamo a fare gli stessi errori

Il rugby moderno è a un bivio. In Francia e Inghilterra questo passaggio è stato immediato essendo i due paesi dove il professionismo era più radicato e dove, data la dimensione e le potenzialità economiche è stato più semplice muoversi verso il professionismo puro. Ovviamente, specie in Inghilterra, qualche realtà ha pagato fortemente arrivando quasi alla scomparsa ma più per errori del proprio management che per problemi strutturali. Il concetto è semplice: ci sono gli sponsor, ci sono gli spettatori, c’è la televisione.

In Irlanda, Galles e Scozia, il passaggio è stato più meditato ma ovunque si è avvertita la necessità di dotarsi di un programma che portasse a una struttura, o, per esser più precisi, a un modello. Gli obiettivi erano semplici e partivano da un assunto chiaro come il sole: “i soldi che ci tengono in piedi arrivano dal 6 Nazioni. Dobbiamo creare una struttura che difenda e fortifichi la nazionale”.

Come fare? Entrambi si sono basati su modelli importati dall’emisfero sud creando un forte controllo centrale e forzando il movimento verso La Scelta, appunto.

La struttura irlandese è la più semplice e quella che sta dando i migliori frutti. Sintetizzando: pochi club professionistici sostenuti dalla federazione. I migliori giocatori irlandesi “invitati” a rimanere in Irlanda grazie alla creazione di: 1 forti franchigie - 3 super province - , 2 in grado di ricevere compensi economici importanti, 3 chi gioca in Irlanda è favorito nelle convocazioni in nazionale.

Risultato: i giocatori nazionali giocano insieme quasi tutto l’anno, fanno meno incontri rispetto ao campionati inglese e francese, non ci sono attriti tra i club e la nazionale, i club sono più forti - pensiamo all’Ulster-, la nazionale è più forte - l’abbiamo visto tutti -.

Il resto del movimento irlandese è puramente dilettantistico, viene sostenuto dalla federazione secondo criteri meritocratici: più soldi a chi tessera più giocatori, forma più giocatori di

livello internazionale, forma nuovi allenatori, forma nuovi arbitri.

Galles. E’ forse il paese più vicino al modello di partenza italiano. La Scelta è stata fatta con gli stessi criteri dell’Irlanda con l’unica differenza che sta nell’avere creato un livello intermedio tra il puro professionismo e il dilettantismo, ossia una fascia di club semi-professionistici.

Scozia. Il cambiamento è ancora in atto ma è stato portato avanti a singhiozzo creando le basi per un ibrido senza testa ne coda. Risultati: i migliori giocatori sono all’estero, il club scozzesi non sono di alto livello così come il campionato locale, la nazionale stenta.

E arriviamo a noi. È tanto che si parla di svolta ma sino a oggi hanno avuto la meglio le ragioni politiche. Tutti vogliono giocare in Serie A – con 24 squadre e lo stesso nome del campionato che non trova un senso nel panorama sportivo italiano. Abbiamo dei club assolutamente non competitivi in Europa, un campionato lungo e noioso. I migliori sono all’estero neanche fossimo l’Argentina e soprattutto, ogni anno buttiamo tra Serie A e Serie B un sacco di soldi per giocatori mediocri quando i nostri impianti cadono a pezzi e l’attività giovanile stenta per mancanza di fondi.

La strada. Forse una strada, ma come si dice da tempo, meglio avere almeno 1 programma che lasciare tutto al caso tanto l’obiettivo è sedere nel consiglio federale… per fare poi che cosa?

Comunque torniamo al nostro ipotetico programma: 3-4 super club sostenuti dalla federazione, i migliori giocatori italiani “trattenuti” in Italia, stranieri che siano eleggibili. Un livello di semiprofessionismo con un forte sbarramento regolamentare: puoi pagare i giocatori, o meglio, giocare in “Serie A” se fornisci delle garanzie bancarie, se hai tutte le giovanili – tue non prese in prestito – e un impianto sportivo con una struttura di alto livello – campi d’allenamento, clubhouse, tribune, ecc.

Il resto del rugby italiano fuori dal pro e semipro, gioca per divertimento e beve tanta birra. Se hanno due euro in più rifanno le docce invece di prendere una nuova apertura.

Se questo avvenisse è presumibile che in Italia nel giro di 3 anni si possano avere: dei club competitivi in Heineken Cup, una nazionale più forte, un aumento dei tesserati e, soprattutto, tanti bei club con campo, club house e strutture sportive nuove.

Il rugby moderno è professionismo puro supportato da dei programmi fatti dall’alto con testa e lungimiranza. Il rugby moderno è una base forte che svolge il suo compito di reclutamento e diffusione dei valori del rugby, in impianti e con risorse adeguate.

Come in tutte le faccende umane occorre cambiare la testa della gente prima che qualcosa succeda.