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Attorno alla Piazza Rossa: i grandi magazzini Gum

I grandi magazzini Gum sono un capolavoro dell’architettura della fine del diciannovesimo secolo. Famosi in periodo sovietico per gli scaffali spesso vuoti, le commesse scorbutiche, e le lunghe, interminabili file, dopo esser stati privatizzati sono diventati il fiore all’occhiello del nuovo capitalismo russo.

Grandi magazzini Gum
Solo una decina d’anni fa quest’angolo della Piazza Rossa era dominato dalle babushki (le nonne), che avvolte in spessi fazzoletti di lana esponevano ogni tipo di mercanzia nei loro banchetti improvvisati: gustose marmellate di lamponi fatte in casa, cetriolini in salamoia (ognuna aveva la sua ricetta speciale), pirozhki (calzoncini) ancora caldi imbottiti di carne o cavolo, calze di lana, e matrioshke di tutti i tipi.

Sorridevano sfoggiando denti d’oro mentre incoraggiavano il cliente a comprare:

«Dai, dochka (figliola) prendi un pirozhok (calzoncino) che ti dà energia e puoi passeggiare qualche minuto in più al freddo».

In questo modo le nonne arrotondavano la misera pensione che lo stato gli passava, somma appena sufficiente per sopravvivere una settimana.

Ma queste sono scene di vecchia vita moscovita.

Ora l’angolo di via Nikolskaya s’è completamente trasformato: le Bentley e le Mercedes hanno preso il posto dei banchettini di legno o di cartone, e le babushki sono state rimpiazzate da severe guardie del corpo e da autisti annoiati che aspettano che le loro facoltose padrone finiscano lo shopping al Gum.

Se fino a qualche anno fa i ricchi moscoviti, affamati di oggetti di lusso, dovevano raggiungere Milano, New York o Parigi, ora possono soddisfare il loro appetito qui, nella nuova enclave della ricchezza, con le vetrine che danno direttamente sulla Piazza Rossa.

Le babushki , con le loro mercanzie, si sono trasferite, invece, in quartieri più periferici, lontane dalla vista dei nuovi ricchi e dei turisti.

Il Gum, acronimo che stava per Grandi magazzini statali, è stato costruito alla fine del diciannovesimo secolo per ordine dello zar Nicola II.

Progettato dall’architetto Aleksander Pomerantsev e dall’ingegnere Vladimir Shukov, il negozio, con la sua struttura in acciaio e il tetto di vetro, era all’epoca un’opera architettonica innovativa.

A Stalin però quest’eredità zarista non andava a genio e nel 1928 decise di chiuderlo e di utilizzare lo spazio per ospitare il quartier generale del comitato che si occupava dei piani quinquennali comunisti.

Qui, qualche anno più tardi, nel 1932, verrà esposta la salma della sfortunata consorte di Stalin, Nadezhda, che si era tolta la vita.

Il Gum viene riaperto al pubblico nel 1953, ma diventa, purtroppo, famoso per gli scaffali spesso vuoti, le commesse scorbutiche, e le lunghe, interminabili file di persone che dalla provincia venivano nel cuore della capitale nella speranza d’accaparrarsi un paio di scarpe, magari con il tacco storto, qualche vestito da risistemare, oppure delle calze di nailon.

Esisteva però la famosa Sezione 100, quella del piano superiore, che era aperta solo a pochi eletti, ai membri, cioè, del Partito Comunista e alle loro famiglie. Qui sembra si potesse comprare di tutto: vestiti, scarpe, e profumi occidentali.

Boutique all'interno del Gum Dopo esser stato privatizzato agli inizi degli anni Novanta, il Gum è diventato il fiore all’occhiello del nuovo capitalismo russo. Le sue boutique sono ora accessibili a tutti, o perlomeno a quelli muniti di carte di credito Gold o Platinum.

E le sofisticate luci provenienti dalla lussuose vetrine di Max Mara, Marina Rinaldi, I Pinco Pallino, e altri, illuminano la notte il tetro mausoleo di Lenin, una volta meta di pellegrinaggi comunisti.

Negli ultimi anni le grandi firme hanno fatto a gara per accaparrarsi una «vetrina con vista» al mausoleo.

Del vecchio Gum è rimasto però il magnifico palazzo (che merita esser visitato). La fontana al centro della sala al piano terra è ancor oggi il luogo dove ci si incontra con gli amici prima di fare una passeggiata in Piazza Rossa.

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