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ISTITUTI SCOLASTICI E CERTIFICATO DI PREVENZIONE INCENDI

Argomenti della giurisprudenza sull'insussistenza del obbligo del certificato di prevenzione incendi negli istituti scolastici

Una significativa sentenza della Corte di Cassazione (sez. III Penale, 4 maggio 2000 n. 5206, Pezzini) ha ritenuto non punibile penalmente l’Assessore ai lavori pubblici di un Comune proprietario di un edificio ad uso scolastico (scuola media) privo del certificato di prevenzione incendi (C.P.I).

Al ricorrente era stata contesta la contravvenzione all’art. 36 del Decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955 n. 547 (punita con la pena prevista dal successivo art. 389 c. 1 lett. c dell’arresto fino a tre mesi o dell’ammenda da lire 500.000 a due milioni) che prevede per le lavorazioni pericolose ai fini della prevenzione degli incendi indicate dal D.P.R. 26 maggio 1959 n. 689 la soggezione al controllo del Comando del Corpo dei vigili del fuoco, il che implica l’obbligo di richiedere il certificato di prevenzione incendi. La Suprema Corte chiarisce che la materia è stata successivamente regolata dalla L. n. 818/1984, che, introducendo il nulla-osta provvisorio per le attività soggette ai controlli di prevenzione incendi, ampliava la categoria delle stesse, rinviando per l’individuazione di tali “attività” al D.M. 16 febbraio 1982.

Questa disposizione è stata ritenuta illegittima dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 282/1990, per contrasto con l’articolo 25, comma 1, Cost. (“viene così demandata all’amministrazione la determinazione di tutti i termini normativi rilevanti per l’individuazione del fatto tipico, contraddicendo l’esigenza che sia la legge, e solo la legge dello Stato, a stabilire, con sufficiente precisione, gli estremi del fatto”), per cui si pongono due problemi di interpretazione: il primo è stabilire se la norma dell’’84, dichiarata incostituzionale avesse a suo tempo abrogato quella del ’55; il secondo – in caso di accertata sopravvivenza di quest’ultima norma – riguarda l’incidenza della decisione della Consulta sul reato da essa previsto.

Ebbene, ricorda il Collegio che la nuova legge non ha implicitamente abrogate le norme di cui al D.P.R. 547/55.

Assodato, quindi, che dette norme incriminatrici non sono state toccate dalla successiva L. n. 818/1984, né dalle vicende alla stessa occorse, bisogna stabilire a quali condizioni esse possono considerarsi compatibili con l’art. 25 Cost., paladino del principio della .riserva di legge, sì da rimanere esenti da sospetti di incostituzionalità.

Ad avviso del Collegio la soluzione è di tutta evidenza: sono tutt’ora “penalmente” assoggettate al rilascio del certificato di prevenzione incendi quelle “aziende e lavorazioni” specificamente indicate nelle tabelle ‘A’ e ‘B’ approvate con D.P.R. n. 659/1959, non lo sono invece le ‘attività’ individuate con il D.M. 16 febbraio 1982.

E nel nostro mentre il citato decreto ministeriale, al punto 85, pone, tra le attività soggette al rilascio del detto certificato, “scuole di ogni ordine, grado e tipo, collegi, accademie e simili per oltre 100 persone presenti”, nulla di simile è previsto dalle tabelle sopra richiamate del D.P.R. del ’59, ne appare possibile far rientrare il caso di specie in altre categorie da esse contemplate. Tutt’al più potrebbe avere una qualche attinenza la previsione del punto 4 del decreto presidenziale (“Magazzini e depositi di bombole o bidoni di gas combustibili: compressi, per capacità complessiva delle bombole superiori a 2000 litri; disciolti o liquefatti, per quantitativi di gas superiori a 500 kg.”), ma nella sentenza impugnata manca qualsiasi riferimento alla specifica situazione di fatto, per cui è completamente carente la dimostrazione della sussistenza delle condizioni oggettive richieste dalla norma.