Obblighi in materia di rumore delle macchine

Una interessante vicenda giudiziaria chiarisce gli obblighi del datore di lavoro in materia di macchine rumorose.

Una vicenda giudiziaria originatasi a Brescia fornisce utili chiarimenti sulle responsabilità connesse agli obblighi in materia di rumorosità delle macchine.

In provincia di Brescia, durante una verifica della locale ASL, viene rilevata l’eccessiva rumorosità delle macchine presenti in un reparto dell’azienda Alfa. Per ridurre i rischi dovuti al rumore, gli ispettori prescrivono una serie di misure tecniche, tra le quali:

a) L’installazione di pareti fonoassorbenti (per isolare il reparto dagli altri);

b) Dispositivi di protezione individuale (otoprotettori personalizzati);

c) L’incapsulamento delle macchine rumorose (per ridurre le emissioni sonore durante la lavorazione).

Una successiva verifica condotta dalla ASL (per controllare l’avventua adozione delle misure di protezione prescritte) accerta che l’azienda ha installato le pareti fonoassorbenti, ha adottato i DPI, ma non ha provveduto ad incapsulare la macchine, cosicché il “rischio rumore” è rimasto pressoché inalterato, non soltanto nel reparto in cui le macchine vengono utilizzate, ma anche nei reparti adiacenti.

Gli ispettori segnalano i fatti al pubblico ministero, che cita in giudizio l’amministratore delegato dell’azienda.

Il Pretore di Brescia (con sentenza del 6 febbraio 1997) riconosce la piena responsabilità dell’imputato e lo condanna per il reato previsto dagli articolo 41,1° comma e 50 lettera a) del DLgs 277/91, per “non aver provveduto a ridurre al minimo, mediante misure tecniche, organizzative e procedurali concretamente attuabili, i rischi derivanti dall’esposizione a rumore”.

L’imputato ricorre per Cassazione avverso la sentenza della Pretura, adducendo i seguenti motivi:

1. L’incapsulamento delle macchine (richiesto dall’ASL) risulta troppo oneroso ed antieconomico, in considerazione della vetustà di tali macchinari;

2. Tale misura di protezione, peraltro, non risolverebbe il problema della rumorosità dei macchinari, poiché gli operatori dovrebbero aprire le cabine per svolgere le proprie mansioni;

3. L’eventuale acquisto di nuove macchine (visto l’investimento richiesto) è di competenza della proprietà e non della dirigenza della società (e pertanto esula dalle proprie facoltà).

La Cassazione (con sentenza del 5 febbraio 1998) rigetta il ricorso e conferma la condanna sulla base delle seguenti considerazioni:

1. Il D.Lgs 277/91 art.41, 1° comma) richiede che il datore di lavoro persegua un risultato ben preciso: ridurre al minimo consentito (dal progresso tecnologico) il rischio professionale dovuto al rumore; nel caso in esame l’azienda, pur avendo adottato alcune misure di protezione (DPI e pareti fonoassorbenti), non ha adottato le misure tecniche (presenti sul mercato) atte a ridurre al minimo il rumore prodotto dalle macchine;

2. È possibile ricorrere a misure di protezione differenti da quelle prescritte dalla ASL (se ritenute inefficaci), purché quelle adottate siano idonee a raggiungere il risultato richiesto dalla legge;

3. Non hanno alcun rilievo le argomentazioni difensive riferite alle “condizioni economiche e strutturali dell’azienda”.

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