Obbligo di formazione dei lavoratori: rischi specifici e comuni

Una recente sentenza della Suprema Corte fornisce importanti chiarimenti su un argomento cruciale per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.

 
Con la sentenza 6 febbraio 2004, n. 4870 la Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di infortunio sul lavoro, ricordando che l’evidenza data dalle norme di legge, e in particolare dall’articolo 22 del Decreto legislativo 19 settembre 1994 n. 626, della necessità di una specifica formazione del lavoratore sui rischi specifici non consente che il datore di lavoro possa disinteressarsi dell’ordinario svolgimento del lavoro e dei rischi comuni sul presupposto della loro evidenza.

La Suprema Corte ha ricordato, riportandosi a precedenti e ben note pronunzie, che il responsabile della sicurezza deve avere la cultura e la “forma mentis” del garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dalla integrità fisica del lavoratore ed ha perciò il preciso dovere di non limitarsi ad assolvere formalmente il compito di informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma di attivarsi e controllare sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi di lavoro

 

CORTE DI CASSAZIONE, IV Sez. pen. - Sentenza 6 febbraio 2004, n. 4870

Motivi della decisione

La mattina del 6 ottobre 1999, nel corso di una ripresa cinematografica all’interno di un capannone sito nel comprensorio dell’Appia antica, essendosi verificata la necessità di oscurare con teli neri, per consentire l’effetto notte, un lucernario posto su un capannone attiguo, il capo macchinista R. F., servendosi di una scala esterna, saliva sul tetto di tale capannone, costituito da pannelli in eternit, e, nel mentre era intento a collocare i teli di copertura, a causa dello sfondamento del tetto, precipitava a terra, dall’altezza di 5 metri, riportando lesioni gravissime che ne cagionavano il decesso tre giorni dopo, presso l’ospedale San Giovanni.

Con sentenza in data 7 febbraio 2003 la Corte di appello di Roma confermava, nei confronti di C. A. B., Presidente del Consiglio di amministrazione della S.r.l. P., datore di lavoro del R. e responsabile della prevenzione e protezione dei rischi, quella del Tribunale che lo aveva ritenuto responsabile di omicidio colposo, commesso con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, e delle contravvenzioni previste dagli artt. 4 e 389, lett. c), D.P.R. n. 547/1955; 4 e 5, lett. d) e 89, lett. a), D.Lgs. n. 626/1994, perchè nella sua qualità di datore di lavoro non aveva reso edotto il R. dei rischi specifici connessi all’attività lavorativa svolta e per non aver fornito e disposto che venissero adottati mezzi di protezione individuali; riduceva la pena inflitta al medesimo, previa conferma della valutazione di equivalenza delle circostanze attenuanti generiche, a mesi sei di reclusione per l’omicidio colposo, aumentati a mesi sette per la ritenuta continuazione con le contravvenzioni; confermava, nei confronti del predetto B. e della P. S.r.l., quale responsabile civile, le statuizioni rese in favore delle parti civili e revocava invece le statuizioni civili nei confronti della A.-I. S.A.-N.V. (già C.I.C. of E. S.A.), escludendone, come dalla stessa eccepito, la qualità di responsabile civile.

La Corte assolveva, per non aver commesso il fatto, M. W., addetto al servizio di protezione e prevenzione della P. S.r.l.; quanto a quest’ultima posizione riteneva la Corte che il comportamento del M., cui competeva la qualifica di preposto, non fosse censurabile dal momento che era risultato che il medesimo non si era disinteressato del caso, ma piuttosto, essendo del tutto inconsapevole dell’intenzione del R. di operare autonomamente e finanche del fatto che il R. fosse a conoscenza della necessità di oscurare il tetto, aveva fatto quanto rientrava nei suoi compiti e nei suoi doveri e cioè assumere informazioni in ordine alla praticabilità del tetto per poi decidere sulla soluzione da adottare.

Censurabile era invece il B. che si era limitato ad allegare al contratto di lavoro del R. uno stralcio del manuale relativo alle norme di sicurezza e a prendere in locazione un camion contenente i dispositivi di sicurezza, senza curarsi di attivarsi e controllare che la normativa predetta fosse assimilata dai lavoratori nella ordinaria prassi di lavoro e che i dispositivi fossero concretamente usati, consentendo così che il R. salisse sul tetto di sua iniziativa, senza attendere le disposizioni degli addetti alla sicurezza e senza adottare le necessarie misure di protezione. L’esistenza sul set di carenze in materia di prevenzione era peraltro emersa anche dalle testimonianze assunte, che avevano evidenziato come la stessa regista non sapesse chi era il responsabile della sicurezza e come vi fosse la tendenza dei singoli lavoratori a mettersi in mostra, senza tenere conto dei problemi della sicurezza e della organizzazione del lavoro. Il comportamento del R. non era anomalo e imprevedibile, avendo egli agito, nella qualità di macchinista, per svolgere una operazione connessa alle sue mansioni.

Ricorrono per cassazione, attraverso i difensori di fiducia, l’imputato e la A.-I. assicurazioni.

Nell’interesse del B. la sentenza viene censurata sotto i seguenti profili:

1) illogicità della motivazione che ha assolto il M. e condannato il B.; una volta riconosciuto, con l’assoluzione del M., che il medesimo aveva regolarmente adempiuto ai suoi compiti, non trovava più fondamento la responsabilità di B. per aver scelto un responsabile della sicurezza non idoneo;

2) mancanza di motivazione sulle censure mosse con l’appello in ordine alla sussistenza del nesso di causalità: si era messo in evidenza che il R. era un lavoratore esperto, ben a conoscenza dei rischi che assumeva salendo sul capannone e che dunque del tutto ininfluente era la mancata effettuazione di un corso sulla sicurezza del lavoro; si era altresì messo in evidenza l’abnormità del comportamento del R., che non avrebbe dovuto assumere l’iniziativa in questione in quanto vietata dal responsabile della sicurezza ed anche perchè il capannone attiguo non era stato preso in locazione e vi erano le transenne che impedivano l’accesso;

4) mancanza di motivazione circa quanto sostenuto con i motivi di appello in ordine alle ipotesi contravvenzionali di cui agli artt. 4, D.P.R. n. 547/1955 e 4, D.Lgs. n. 626/1994.

La A.-I. S.A. si duole che la Corte di appello non abbia preso in esame i motivi di merito da essa proposti contro la sentenza di primo grado; l’accertata carenza di azione diretta dei danneggiati verso la A.-I. non avrebbe fatto venire meno l’interesse di quest’ultima a interloquire nel processo per svolgere osservazioni che potevano escludere la responsabilità dell’imputato e quindi anche la responsabilità propria e della responsabile civile P. S.r.l.

Il ricorso della A.I. è inammissibile.

Per la nozione di responsabile civile, di cui è possibile la citazione nel processo penale o che in esso può intervenire volontariamente ex art. 85, cod. proc. pen., occorre fare riferimento all’art. 185, comma 2, cod. pen., secondo il quale “ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”; si tratta soltanto, come è fatto palese dal tenore letterale, dei casi di responsabilità civile “ex lege”; tale situazione non ricorre allorchè, come nella specie, l’assicurazione ha fonte esclusiva nel contratto, essendo in tali casi l’assicuratore tenuto soltanto verso l’assicurato.

Correttamente dunque la sentenza impugnata - conformemente peraltro alla pacifica giurisprudenza di questa Corte (Sez. IV, 11 marzo 1994, n. 6904, PC e Della Rizza m.u. 198667 e Sez. IV, 10 aprile 1997, n. 4940 m.u. 207804) - ha escluso la qualità di responsabile civile della A.-I., che pertanto non ha veste per interloquire ulteriormente nel presente procedimento. Nè risulta che il presente ricorso sia stato proposto anche per la P. S.r.l., cui la qualità di responsabile civile compete quale società alla quale appartiene il B.

Il ricorso di B. è infondato.

Quanto al primo motivo, può rilevarsi che la motivazione della sentenza impugnata non è illogica per aver assolto il M. e condannato il B., in quanto la responsabilità del B. non è stata ravvisata nell’aver scelto persona idonea o meno al compito di preposto, ma nel fatto che egli è risultato inadempiente all’obbligo, su di lui direttamente gravante, di educare i lavoratori al rispetto delle norme di sicurezza e ad avvalersi dei relativi presidi, obbligo che gli imponeva di attivarsi per far assimilare ai lavoratori le norme stesse e di controllare la relativa attuazione. E’ stato infatti accertato che nello stabilimento vi era carenza di effettive misure preventive e protettive dei lavoratori (in particolare, risulta dalla sentenza di primo grado che le cinture di sicurezza ed i caschi, pur presenti sul camion, non venivano utilizzati e che anche il trabattello che avrebbe dovuto essere utilizzato non era a norma) e dunque vi era una organizzazione approssimativa, non sufficiente ad assolvere l’obbligo antinfortunistico, essendo pacifico che non è sufficiente la mera consegna dei mezzi di protezione, ma è necessario che gli stessi siano adeguati allo scopo e che ne sia assicurato l’utilizzo. Inoltre i giudici di merito hanno messo in evidenza l’eccessivo spazio decisionale lasciato al personale presente nello staff, nel senso che, allorchè si verificava una necessità, vi era la tendenza a farvi fronte con iniziative autonome, per mettersi in mostra, anzichè rispettare i ruoli, le modalità ed i tempi che una corretta gestione della prevenzione avrebbe richiesto.

In tale contesto si inquadra dunque la ritenuta responsabilità del B. che, quale datore di lavoro ed al contempo responsabile della prevenzione e protezione dei rischi, aveva l’obbligo di creare le condizioni effettive affinchè il lavoro sul set si svolgesse nelle condizioni di massima sicurezza possibile e di sorvegliare la concreta attuazione.

Nè può sostenersi che l’obbligo di formazione riguarda solo i rischi specifici ma non quelli che rientrano nella normale cautela e che pertanto sono prevedibili da parte di chiunque, o contestarsi la responsabilità del B. sotto il profilo della non prevedibilità del comportamento del R., abnorme e interruttivo del nesso di causalità.

E’ evidente infatti che i rischi specifici richiedono una corrispondente formazione specifica del lavoratore, ma che ciò non significa che il datore di lavoro possa disinteressarsi dell’ordinario svolgimento del lavoro e dei rischi “comuni”, sul presupposto di una loro evidenza che li rende percepibili direttamente dal lavoratore; opportunamente la sentenza di primo grado ha richiamato la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale per evitare che i lavoratori sfuggano alla tentazione, sempre presente, di non osservare le norme di cautela, il responsabile della sicurezza deve avere la cultura e la “forma mentis” del garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dalla integrità del lavoratore ed ha perciò il preciso dovere non di limitarsi ad assolvere formalmente il compito di informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma di attivarsi e controllare sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi di lavoro (Sez. IV, 3 giugno 1995, n. 6486, Grassi m.u. 201706).

E’ poi sicuramente vero che il R. si determinò a salire sul tetto di sua esclusiva iniziativa, ma correttamente un tale comportamento non è stato ritenuto abnorme atteso che l’oscuramento del lucernario era una operazione necessaria alla prosecuzione del lavoro e rientrante nelle funzioni di “macchinista” del R.; tale iniziativa è stata resa possibile dalle inadempienze in tema di attuazione ed organizzazione delle misure di prevenzione di cui si è detto sopra, di modo che la ritenuta responsabilità del B. si inquadra perfettamente nello schema già precisato da questa Corte (3 giugno 1999, n. 12115, Grande m.u. 214999), secondo cui “Il comportamento del lavoratore avventato ed esorbitante rispetto alle normali attribuzioni interrompe il nesso di causalità, ponendosi come serie causale autonoma rispetto alla precedente condotta del datore di lavoro che non abbia adempiuto a tutti gli obblighi che gli sono propri; invece, il comportamento pur sempre avventato del lavoratore posto in essere mentre è dedito al lavoro affidatogli e pertanto non esorbitante, può essere invocato come imprevedibile o abnorme solo se il datore di lavoro ha adempiuto tutti gli obblighi che gli sono imposti in materia di sicurezza sul lavoro, obblighi che mirano appunto ad evitare l’abnorme, l’imprevedibile e pertanto che il lavoratore per eseguire il proprio lavoro si avvalga di accorgimenti diversi da quelli imposti dalla legge o suggeriti dalla migliore ricerca”.

Da ultimo, resta da rilevare che le contestate contravvenzioni, per la cui sussistenza la sentenza impugnata contiene idonea motivazione alle pagine 16 e 17, non possono ritenersi prescritte in quanto, essendo punite anche con l’arresto, si applica il termine triennale di cui all’art. 157, n. 5, cod. pen.

 

Per questi motivi

 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso della A.I. S.A.-N.V. e rigetta il ricorso di B. C. A.; condanna entrambi di ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese processuali e la A.I. S.A.-N.V. anche al pagamento della somma di euro 500,00 in favore della Cassa delle ammende.

 

 

Peeplo Engine

Un motore di ricerca nuovo, ricco e approfondito.

Inizia ora le tue ricerche su Peeplo.