Sanremo-story: cantanti per un giorno

(foto: discografia.dds.it) Sarà anche il Festival della canzone italiana, ma Sanremo un’opportunità non l’ha mai negata a nessuno. Nato come una gara canora, l’evento che annualmente[...]

La copertina del singolo Sarà per te
(foto: discografia.dds.it)

Sarà anche il Festival della canzone italiana, ma Sanremo un’opportunità non l’ha mai negata a nessuno. Nato come una gara canora, l’evento che annualmente catalizza come pochi altri l’attenzione degli italiani si è infatti trasformato nel tempo in un fatto mediatico, in una rara occasione non solo di proporre quattro o cinque serate di musica dal vivo in diretta televisiva nazionale, evento ormai sempre più raro, ma anche di apparire, di far vedere che può anche bastare un fil di voce e due versi tutti da ridere per improvvisarsi cantanti.

A ben vedere tutto ciò non depone a favore della storia, se non della credibilità della manifestazione, ma tutto sta a capire il meccanismo, che è cambiato da una ventina d’anni a questa parte. Se infatti fino agli anni ‘70 il Festival veniva addirittura trasmesso in differita, se non nell’indifferenza generale quanto meno senza il clamore degli ultimi tempi, la grandeur televisiva degli anni ‘80, e con essa l’avvento dell’Auditel, ha cambiato tutto, convincendo la Rai a fare di Sanremo l’evento dell’anno: ma di questi argomenti abbiamo già trattato. E come tale merita un cast eterogeneo: i big storici della canzone, i cantanti del momento ed anche qualche voce improvvisata, in qualche caso tutta da ridere, che giunge al Festival in momenti strategici della carriera: agli esordi, per farsi vedere, o all’apice del successo, divisi tra il delirio d’onnipotenza e la voglia di strafare. Tutti intonati, ci mancherebbe altro, ma alquanto… fuori contesto. Non è un caso che il fenomeno cantanti per un giorno si sia moltiplicato dalla metà degli anni ‘8o in poi. Ripercorriamo qualche caso con la memoria.

In principio fu Enrico Beruschi. Il comico milanese, in rampa di lancio dopo il successo di Non Stop, una delle trasmissioni in voga all’epoca in cui la Rai decise di investire dando spazio a emergenti professionisti della risata, e prossimo alla consacrazione con Drive In, si presentò in gara nel 1979 con Sarà un fiore: ed in effetti non c’era periodo migliore per provarci, in uno dei momenti storicamente più difficili per la storia di Sanremo, alle prese con continui cambi di direzione artistica e terreno facile per sconosciuti della canzone. Quell’anno in particolare non si contavano gli sconosciuti invitati al Festival, così il simpatico motivetto di Beruschi, scritto da penne di spicco come Mario Panzeri (quello di Grazie dei fior), colpì nel segno, magari anche per l’argomento (la prima notte di nozze… e qualche imbarazzo) che presentava strani doppisensi al limite della censura (”Sarà un fiore (…)/ se c’è la luna cambia di colore/ Marisa dai non chiedermi cos’è”) capaci però di suscitare l’ilarità del pubblico e l’apprezzamento dei giurati al punto da sfiorare un clamoroso podio raggiungendo la quinta piazza finale a poco più di cinquanta voti dal terzo gradino occupato dai Camaleonti con Quell’attimo in più. Beruschi c’avrebbe riprovato l’anno successivo, seppur non a Sanremo, con Urca che bello: poi la ragion di stato gli impose di proseguire la carriera solo come comico…

Per la successiva esibizione estemporanea bisognerà aspettare nove anni: al Festival ‘88, quello vinto a mani basse da Massimo Ranieri, nella categoria Big in versione extralarge (sono addirittura in ventisei) c’è anche un certo Francesco Nuti che si piazzerà al dodicesimo posto con la sua commovente Sarà per te, una bella canzone destinata ad avere un notevole successo dopo il Festival al punto che Mina l’anno dopo ne farà una sua versione nell’album Uiallalla. Sciolti i Giancattivi, il gruppo comico che componeva insieme a Alessandro Benvenuti e ad Athina Cenci, ed al culmine del successo come regista, Nuti tentò anche la strada della canzone non limitandosi all’esibizione sanremese (di cui si ricorda soprattutto il suo abbandono polemico del Processo al Festival condotto da Aldo Biscardi) ma proponendo altri brani, assai più leggeri e discutibili.

Tempo dodici mesi ed ecco scendere sul palco dell’Ariston addirittura una coppia di cantanti d’eccezione: Marisa Laurito ed il compianto Gigi Sabani. Mentre si discuteva sempre di più sulle modalità di partecipazione alla categoria Big, con non pochi giovani costretti ad anni di selezioni prima di poter esser ammessi tra i “grandi”, l’organizzazione decise di fare della trentanovesima edizione di Sanremo un gran carrozzone in cui affiancare ad Anna Oxa o ad Albano comici o conduttori televisivi. E mentre Francesco Salvi sorprende tutti con la sua Esatto che conduce fino al settimo posto, qualche perplessità in più la suscitano le due presenze sovraccitate.

Entrambe, comunque, giungono all’Ariston all’apice della loro popolarità: conclusa la trasmissione Quelli della notte che l’ha fatta conoscere al grande pubblico la simpatica Laurito sfrutta appieno il momento di popolarità e la fine degli anni ‘80 la vedono onnipresente sul piccolo schermo: dopo Marisa la nuit, divertente trasmissione Rai in seconda serata, eccola al timone di Fantastico con Adriano Celentano e di Domenica In. Perchè negarsi allora anche il sogno di cantare? Il babà è una cosa seria è il titolo emblematico della sua canzone, fortemente intrisa di napoletanità, scritta da Palomba ed Edoardo Alfieri: alla fine arriverà un sorprendente dodicesimo posto davanti a gente come Gino Paoli o Renato Carosone. Testo di una elementarietà imbarazzante (”Io mi sento più buona e più bella/ facci’ o gnocco cu’a muzzarella“) ma con punte che fanno riflettere sulle amarezze della vita (!) (”E si ‘a vita amara se fa/ si addolcisce cu nu babà“), rimane difficile rimuoverla dai ricordi più curiosi della storia del Festival anche grazie ai “vistosi” abiti sfoggiati da Marisona nelle diverse serate.

Popolarissimo è anche Gigi Sabani, imitatore emergente della tv italiana, ed anche conduttore, oltre che uno che al Festival c’era già stato ma nelle vesti di “guastatore” alla Beppe Grillo nel 1981 e 1982. Dopo aver sfiorato la conduzione l’anno precedente si presenta in concorso come cantante, sulla scia del sorprendente successo della divertente A me mi torna in mente una canzone, sigla di Premiatissima, trasmissione di Canale 5 (fallito tentativo di riproporre Canzonissima) che aveva appena condotto. La fine del mondo però, seppur scritta da Depsa, Fasano e Toto Cutugno (uno dei “bersagli” preferiti del Sabani imitatore) non colpisce però il pubblico. E come avrebbe potuto: testo imbarazzante con rime banali (”Me l’aspettavo un pò più biondo / è arrivata la fine del mondo“) che ipotizzava uno strano giorno della fine del mondo con Gesù a scendere da un aereo privato atteso da schiere di giornalisti. Penalizzato anche dall’orario sempre avanzato in cui viene messa in scaletta (nella serata finale sarà il terz’ultimo brano, tantopiù in un’edizione scandita ed allungata per la prima volta da intermezzi pubblicitari), riuscirà a mettersi alle spalle solo Sergio Caputo con Rifarsi una vita nonostante nell’ultima serata provi a vivacizzare il testo interpretato attraverso le tante felici imitazioni di cui era capace. Ma Sanremo rimane una cosa seria. Forse.

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