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I migliori Festival della nostra vita: 1989

Anno di cambiamenti, al Festival, il 1989. Diversa l'organizzazione artistica, è l'edizione del debutto di Adriano Aragozzini, che trasforma Sanremo in un vero spettacolo. D'eccezione il cast dei cantanti, tra debutti illustri e grandi rientri. Trionfo scontato per la coppia Oxa-Leali, mentre tutt'altro che soddisfacente si rivelerà la conduzione dei quattro giovanissimi figli d'arte. Una scelta coraggiosa ed improvvisa che non pagherà.

Fausto Leali ed Anna Oxa trionfano al Festival 1989
(foto: www.musicaitaliana.ru)

Sottoposto a continui cambiamenti, tra organizazzioni e regolamenti, il Festival ha spesso cambiato pelle durante gli anni ‘80. Ma il vero anno della svolta è stato il 1989: due anni prima era mancato Gianni Ravera, tornato stabilmente all’organizzazione dal 1979, e la gestione del figlio Marco si era rivelata solo un interregno. All’alba del nuovo decennio, s’affaccia Adriano Aragozzini con la sua OAI (Organizzazione Artistica Internazionale), ed il Festival cambia passo, trasformandosi in un autentico show: pur avendo ricevuto l’incarico solo in extremis, a tre mesi dal via, il nuovo patron cambia tutto. Il numero delle serate passa per la prima volta da quattro a cinque, arrivano le interruzioni pubblicitarie ed aumenta a dismisura il numero delle canzoni in gara grazie all’inserimento di una nuova categoria, gli Emergenti, un cuscinetto tra i Campioni (nuova nomenclatura dei Big) ed i Nuovi riservato a chi ha già pubblicato un LP.

Insomma, un vero e proprio campionato della musica italiana e ad impreziosirlo ecco il ritorno di figure storiche, da Gino Paoli fino a Ornella Vanoni. C’è la prima assoluta di Enzo Jannacci e Renato Carosone e ci sono anche cantanti estemporanei, da Gigi Sabani a Marisa Laurito, che s’inseriscono perfettamente nell’inquietante filosofia che mette in secondo piano la musica, l’uno sfiorando l’irriverenza del sacro, l’altra celebrando la napoletanità.

Filosofia confermata dalla scelta dei conduttori: i rifiuti di Arbore e Pozzetto portano verso una strana direzione, quella dei figli d’arte, inizialmente destinati solo a presentare gli ospiti. Rosita Celentano, Gianmarco Tognazzi, Paola Dominguin Bosè e Danny Quinn compongono un quartetto davvero eterogeneo ma soprattutto a digiuno di presentazioni e molto, troppo giovane. La scelta si rivelerà infelice: o meglio, se l’obiettivo era fare spettacolo, la missione è stata centrata. A tutto danno però della riuscita del Festival. Si comincia con un Renato Modugno pronunciato trionfalmente dalla Dominguin ma con il passare delle ore e delle serate la situazione non migliora, anzi. Inizia addirittura a serpeggiare il sospetto di una scelta volutamente masochistica da parte dei vertici Rai: “Magari la vera attrazione del Festival potrebbe essere quella di vedere se i quattro ragazzi riusciranno a portare a termine la loro missione” si difende il capostruttura Maffucci. Ma il bel gioco dura poco ed anche i ragazzi, a nome di Tognazzi jr, vuotano il sacco: “Non abbiamo effettuato molte prove e d’altronde non ci si inventa presentatori a Sanremo”.

Nelle prime due serate si esibiscono gli otto Emergenti ed i sedici Nuovi: la finale sarà a quattro tanto per i primi quanto per i secondi, ma questi ultimi dovranno prima passare per la semifinale. Entrambe le categorie presentano comunque un livello medio-alto di partecipazione. Giocoforza più conosciuti sono gli Emergenti tra i quali, oltre ad un giovanissimo Aleandro Baldi, spicca il duello tra i favoriti Giampiero Scalamogna, in arte Gepy and Gepy, alla sua prima ed unica partecipazione festivaliera dieci anni dopo la fatua celebrità regalatagli da Body to body, e Paola Turci, che vince con pieno merito cantando Bambini. Il terzo premio della critica consecutivo rappresenta il definitivo lascia passare per il passaggio tra i grandi. Ma anche nella categoria Nuovi non manca la buona musica, e le personalità famose: tanto per rimanere in tema di figli d’arte, ecco Gianluca Guidi, figlio di Johnny Dorelli e di Lauretta Masiero, che si piazzerà quarto con la nazional-popolare Amore è (tornerà anche l’anno dopo ma la sua carriera da cantante non decollerà), ma spiccano anche i Ladri di Biciclette, che non faranno strada a Sanremo pur presentando l’omonimo pezzo destinato ad aprire la breve popolarità del gruppo che ha reso famoso Paolo Belli.

Il duello per la vittoria finale, tuttavia, è tutto al femminile tra Mietta e Jò Chiarello, che torna al Festival otto anni dopo la prima inquietante esibizione e soprattutto dopo aver cambiato musicalmente pelle rispetto agli esordi. Vincerà la tarantina, che con Canzoni inizia il lungo sodalizio con Amedeo Minghi, autore del brano: l’abbraccio finale tra le due contendenti sembra preludere ad un’ottima carriera per entrambe, ma di fatto Jò si fermerà lì.

Non è prevista invece alcuna eliminazione tra i Campioni. Inevitabile: con quel parterre, e dopo aver convinto a partecipare mostri sacri della musica, non si poteva correre il rischio di umiliarli. Ma il gruppone dei mostri sacri non sembra avere le carte in regola per giocarsi il successo: si è trattato infatti in gran parte di rentrées lautamente pagate e su invito, l’ispirazione dei tempi migliori è lontana tanto per la Vanoni che per Paoli per non parlare di Gigliola Cinquetti, che fa parlare di sè più per la mini gonna jeans che per il testo, o di Fred Bongusto.

Così a meritarsi le prime pagine sono due antipodi: da una parte Mia Martini che incanta il pubblico con la magistrale interpretazione di Almeno tu nell’universo, una canzone destinata ad entrare nella storia della musica italiana pur essendo stata interprata per la prima volta solo diciassette anni dopo essere stata scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, dall’altra Jovanotti che con Vasco conquista i giovani (sarà quinto) ma spacca la critica, tra chi lo stronca e chi vede in lui l’idolo della Nuova Generazione. Sbaglieranno entrambi perchè per ritagliarsi davvero un posto che conta nel panorama musicale, Jovanotti dovrà presto tornare Lorenzo Cherubini.

Il tutto inserito nella lotta per il secondo posto dal momento che nessuno nutre dubbi sul trionfo del duo Anna Oxa-Fausto Leali, creato appositamente per il successo e portatore di una canzone che si esalta nella doppia interpretazione, Ti lascerò. Vittoria scontata, dunque, e con amplissimo margine (quasi quattro mila voti) sull’eterno secondo, Toto Cutugno, che dopo i Figli (’87) ora celebra Le Mamme ma non cambia il posto sul podio. Sorprende il terzo posto di Albano e Romina che con Cara terra mia non producono il meglio del loro repertorio: le polemiche porteranno, dopo sei anni, all’abbandono della partnership con Totip. È la fine di un’era, Sanremo cambierà pelle ma è stato comunque un bel Festival, musicalmente parlando, che lascerà alla storia tante canzoni: da Cosa resterà degli anni ‘80 di Raf a Se non avessi te di Fiordaliso.

La classifica finale del Festival di Sanremo 1989:

1°: Anna Oxa e Fausto Leali con “Ti lascerò”
2°: Toto Cutugno con “Le mamme
3°: Albano e Romina Power con “Cara terra mia”
4°: Riccardo Fogli con “Non finisce così”
5°: Jovanotti con “Vasco
6°: Fiordaliso con “Se non avessi te”
7°: Francesco Salvi con “Esatto!”
8°: Ricchi e Poveri con “Chi voglio sei tu”
9°: Mia Martini con “Almeno tu nell’universo”
10°: Ornella Vanoni con “Io come farò”
11°: Peppino Di Capri con “Il mio pianoforte”
12°: Marisa Laurito con “Il babà è una cosa seria”
13°: Gino Paoli con “Questa volta no”
14°: Renato Carosone con ” ‘Na canzuncella doce doce”
15°: Raf con “Cosa resterà degli anni ‘80″
16°: Dori Ghezzi con “Il cuore delle donne”
17°: Enzo Jannacci con “Se me lo dicevi prima”
18°: Gigliola Cinquetti con “Ciao”
19°: Rossana Casale con “A che servono gli dei”
20°: Tullio De Piscopo con “E allora e allora”
21°: Eduardo De Crescenzo con “Come mi vuoi”
22°: Fred Bongusto con “Scusa”
23°: Gigi Sabani con “La fine del mondo”
24°: Sergio Caputo con “Rifarsi una vita”