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Sanremo story: le donne al Festival. Prima parte.

Perchè le donne a Sanremo non funzionano, se devono condurre? Quella tra il Festival e l'universo femminile è una storia lunghissima. In questa prima parte analizziamo le edizioni affidate a simboli della televisione italiana. Dalla Carrà alla Ventura, storia di Festival in sordina.

Raffella Carrà durante il Festival 2001

Donne e Sanremo, un binomio lungo come la storia del Festival. Cantanti, autrici (poche) e presentatrici (pochissime). Ma soprattutto vallette: belle, a volte bellissime, quasi sempre italiane ma purtroppo molto spesso fuori contesto, e usate come esca per soddisfare l’occhio maschile. C’è un pizzico di prevenzione, se non di maschilismo, nel rapporto del gentil sesso con la storia della kermesse canora più importante d’Italia. È anche vero, del resto, che Sanremo rappresenta da sempre lo specchio dell’evoluzione del costume italiano: ed allora non c’è da stupirsi che il ruolo delle donne sia andato di pari passo con quello di un paese che solo da pochi anni si è aperto non tanto ad una parità, che rimane un’utopia quanto ad un avvicinamento dei ruoli.

Ma se la storia del Festival ha visto una donna conduttrice in sole quattro occasioni, tra l’altro, almeno due delle quali, tutt’altro che fortunate in termini di successo ed ascolti, si tratta di un evidente segnale di diffidenza nel fatto che psicologicamente e forse anche fisicamente una donna non venga ritenuta all’altezza di una simile maratona. Fin dagli anni ‘60, invece, si è assistito alla nascita del fenomeno vallette attraverso le signorine buonasera di casa Rai, da Maria Giovanna Elmi a Gabriella Farinon, che rappresentavano l’ideale per un conduttore: carine ma silenziose e poco pretenziose, si limitavano a sorridere e ad annunciare i cantanti prima di tornare, emozionatissime, dietro le quinte. Quei tempi sembrano lontanissimi se rapportati a quelli di oggi, o dell’altro ieri: all’epoca del baudismo che, conseguenza diretta delle pretese estetiche della televisione, impose la presenza delle vallette moderne. Magari più belle delle annunciatrici di ieri, ma, senza offesa, pure meno intelligenti, o comunque meno adatte al contesto: tra gli anni ‘80 e ‘90, ma anche fino ad un lustro fa, se c’era da lanciare un’attrice o una showgirl, la si collocava sull’Ariston davanti ad un gobbo in cui leggere i nomi. Al resto, a recitare (o no?) il ruolo della femme fatale tutta apparenza e poca sostanza, ci pensavano loro.

Ma di questo ci occuperemo più avanti: ora trattiamo brevemente delle cinque edizioni in cui al timone del Festival c’è stata una donna. Le prime in assoluto, anche se pochi lo ricordano, furono Lilly Lembo e Giuliana Calandra, alla conduzione insieme ad Alberto Lionello nell’edizione 1961: erano altri tempi, quando la vetrina era davvero tutta per la musica e la conduzione doveva essere essenziale ed asciutta. Poi fu la volta di Loretta Goggi, già star del teatro, del cinema e della televisione italiana, nonchè protagonista dell’edizione 1981, quando arrivò seconda con l’intramontabile Maledetta Primavera: le fu affidato il Sanremo 1986, di cui Loretta interpretò anche la sigla, la bella Io nascerò ed al suo fianco furono scelti Anna Pettinelli, Mauro Micheloni e Sergio Mancinelli, in altre parole la squadra di Discoring. Fu una conduzione sobria, senza errori nè guizzi: non in linea insomma con i tempi a venire.

Per vedere un’altra donna padrona di casa dell’Ariston bisognò aspettare fino al 2001: la cinquantunesima edizione viene infatti affidata niente meno che a Raffaella Carrà, reduce da una seconda giovinezza col suo Carramba, che fortuna! Forse non ci sperava più neanche lei di ricevere un simile riconoscimento che non le era stato mai proposto, neppure durante gli anni d’oro della sua carriera da conduttrice. Peccato che il contorno della Raffa nazionale non fosse all’altezza, a cominciare dalla scelta della valletta (appunto), una Megan Gale lanciata da una campagna pubblicitaria ma disastrosa con la lingua italiana e destinata ad un rapido declino di popolarità. Inoltre, nè il “disturbatore” Enrico Papi nè tantomeno Massimo Ceccherini si dimostrarono all’altezza di una platea come quella sanremese: sketch poco divertenti, a dispetto delle grasse risate della Carrà, per una conduzione lenta e monotona. Un peccato, considerando che la qualità delle canzoni era davvero altissima, dalla trionfatrice Elisa, alla seconda classificata Giorgia passando per Gigi D’Alessio (è l’anno di Tu che ne sai) fino a Michele Zarrillo (L’acrobata).

Poi, immancabile, ecco Simona Ventura. Anno 2004, reduce dal successo della prima edizione de L’isola dei famosi, l’ex giornalista sportiva è pronta per il grande salto, chiamata dopo l’improvviso forfait di Paolo Bonolis. Ma anche qui c’è la magagna: a lei infatti spetta un compito delicatissimo, quello di mantenere in vita il Festival, che torna sull’orlo del collasso dopo la fine della seconda era Baudo. La direzione artistica è affidata a Tony Renis ma la sorpresa è l’assenza delle grandi case discografiche in polemica con la nuova formula: ne esce un Festival che riporta ai bui anni ‘70, pieno di sconosciuti che magari propongono anche canzoni interessanti, ma che non fanno presa sul pubblico. Il regolamento che cancella la distinzione tra Big e Giovani non aiuta come del resto la scelta di affidarsi in toto al cast di Quelli che il calcio: ne esce una conduzione troppo leggera dove le esibizioni di Gene Gnocchi, Paola Cortellesi e Maurizio Crozza invece di essere intermezzi divengono la maggior attrattiva delle serate. Neppure il ritorno sul palco di Adriano Celentano, trentatre anni dopo l’ultima volta, aiuta ad evitare il clamoroso sorpasso in termini di ascolto da parte del Grande Fratello. “Il mio Sanremo ha subito una controprogrammazione unica nella storia” si difenderà al termine SuperSimo per giustificare un’edizione sotto tono.

Ed eccoci al passato recentissimo, all’edizione dei sessant’anni affidata ad Antonella Clerici: accompagnata da qualche scetticismo, reduce da una fresca maternità, la popolare conduttrice abbatte la concorrenza e gli indici di ascolto confezionando un’edizione a volte un pò troppo casereccia e nazional-popolare ma in grado di entrare nel cuore degli spettatori, fino a non escludere un prossimo bis. Questa è la storia dei Festival condotti dalle donne. Ora non resta che tuffarci nel variegato mondo delle vallette: ne vedremo delle belle. In tutti i sensi.

Fine prima parte.