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Così il computer svela i segreti dell’antichità

I nuraghi sinora contati sono 7130, trecento nuovi rispetto alle carte del 1890 e 800 in meno, scomparsi chissà come nel giro di un secolo. Nascosti sotto terra potrebbero essercene ancora altri due-tremila. Impossibile fare una stima, eppure gli studiosi ritengono che fossero almeno diecimila. Il censimento non è stato fatto dagli archeologici, ma da un autentico Indiana Jones dei tempi moderni. Invece della piccozza usa sofisticati strumenti della tecnologia avanzata: il georadar, il magnetometro al potassio e soprattutto il computer per l’analisi fotometrica.

I nuraghi sinora contati sono 7130, trecento nuovi rispetto alle carte del 1890 e 800 in meno, scomparsi chissà come nel giro di un secolo. Nascosti sotto terra potrebbero essercene ancora altri due-tremila. Impossibile fare una stima, eppure gli studiosi ritengono che fossero almeno diecimila. Il censimento non è stato fatto dagli archeologici, ma da un autentico Indiana Jones dei tempi moderni. Invece della piccozza usa sofisticati strumenti della tecnologia avanzata: il georadar, il magnetometro al potassio e soprattutto il computer per l’analisi fotometrica. Il segreto delle sue scoperte è proprio nella fotografia ingrandita da un potente software decine di migliaia di volte. I risultati sono clamorosi. Oltre a contare i nuraghi (appena un capitolo di un vasto lavoro di ricerca sul campo e in laboratorio) questo Indiana Jones dell’università di Cagliari ha fatto scoperte incredibili e, a dire il vero, ancora poco note. L’hanno chiamato dalla Grecia per individuare la tomba di Trasimede, figlio di Nestore, re di Pilo ed eroe della guerra di Troia cantata da Omero. Ebbene lui è andato a colpo sicuro: «Scavate qui». Dallo scavo è uscita fuori la tomba: all’interno custodiva i resti di un guerriero con una maschera d’oro dello stesso tipo di quella di Agamennone custodita al museo di Atene. E poi ha lavorato in Etiopia per ritrovare i cunicoli di collegamento tra le chiese di Lalibela. In Bolivia invece ha scoperto le sepolture di epoca preincaica della civilità Tiguanaqu. E ancora a Cuba, dove ha indicato le fondamenta costruite dagli spagnoli del tempo di Colombo proprio all’imboccatura del porto de L’Avana. Solo alcuni esempi di un lavoro ventennale che questo ricercatore dell’ateneo cittadino porta avanti in silenzio, quasi di nascosto perché certe scoperte se non le fanno gli archeologi spesso non vengono neppure divulgate.
È giunto il momento di svelare l’identità dell’Indiana Jones cagliaritano. Si chiama Gaetano Ranieri, 58 anni, ordinario di geofisica nella facoltà di ingegneria. Difatti è un ingegnere che spesso lavora fianco a fianco con gli archeologi. Lui è la tecnologia, loro sono la storia. Interpretano le fonti, studiano i testi e l’area di ricerca, poi lo chiamano per avere la conferma delle ipotesi. Qui ci potrebbero essere i resti di un tempio, lì le terme, più avanti l’anfiteatro… Ranieri arriva con équipe di collaboratori e il camioncino imbottito di antenne e strumenti. Rileva il terreno, lo ausculta, lo sonda, lo trapassa di raggi e onde elettromagnetiche come il corpo di un paziente. Poi cerca nei catasti le foto aeree della zona che diventano la fonte più preziosa per arrivare all’individuazione dei ruderi sepolti. Infine il paziente lavoro davanti al computer. Dalle foto ingrandite migliaia di volte e dall’uso di filtri colorati emerge, come in una radiografia, lo scheletro della città antica dove l’occhio dell’esperto individua tutte le “emergenze” interessanti. La prova scientifica che sotto la terra ci siano i resti di una o più civiltà. A questo punto Indiana Jones-Ranieri ha finito il suo compito e dà l’indicazione all’archeologo: «È qui». Risultati? Cento per cento azzeccati, assicura. Lo scavo, sino a oggi, gli ha dato sempre ragione.
In AfricaGaetano Ranieri negli ultimi anni è impegnato nelle missioni nell’Africa romana condotte dalle università di Cagliari, Sassari, Tunisi e Mohammeda in Marocco. I risultati delle ultime campagne sono stati illustrati di recente a Sassari e a Oristano dalle equipe di sardi, tunisini e marocchini che collaborano a un programma internazionale di ricerca grazie ai fondi dei rispettivi atenei, di Regione, ministero degli Esteri, Ue e Fondazione del Banco di Sardegna. Si scava a Uthina e Uki Majus in Tunisia, a Luxus e Volubilis in Marocco. In queste ricerche il professor Ranieri ha svolto un lavoro fondamentale e decisivo. A Volubilis ha scoperto le tracce dell’anfiteatro.
Scoperto l’anfiteatro«Volubilis - racconta Ranieri - era una importante città romana con templi, terme, case patrizie adornate di mosaici e persino con l’arco di trionfo dedicato all’imperatore Caracalla. Fu scoperta dai francesi a metà dell’Ottocento ed è stata ampiamente scavata. Sono emersi ruderi bellissimi e in ottimo stato. Chissà perché non si avevano notizie dell’anfiteatro e anzi gli archeologi ritenevano che non esistesse. Io l’ho trovato», dice mostrando le foto con il segno evidente di una ellisse nera. «È qui sicuramente». Come ha fatto ad individuarlo? «Siamo partiti dalle solite foto aeree. Ho segnato le zone libere attorno al Foro e lì ho concentrato l’analisi. L’ingrandimento ha fatto emergere l’ellisse inconfondibile di un anfiteatro».
A LixusIdentico lavoro a Luxus, la città fenicia che, secondo il mito, fu teatro della penultima fatica di Ercole. È lì, in riva all’Oceano, che l’eroe greco andò a rubare i pomi nel giardino delle Esperidi. Ranieri e i suoi collaboratori sono arrivati a Lixus col compito di trovare il Foro e il tempio di Ercole-Heracles citato nelle fonti antiche. I resti di Luxus, almeno quelli scavati sino a oggi, si trovano su una collina panoramica tra l’immensa spiaggia atlantica e il fiume a serpente descritto dagli autori antichi. «Il tempio - afferma Ranieri - sicuramente doveva sorgere nel punto più alto della città, possibilmente nei pressi o collegato col Foro che racchiudeva gli edifici pubblici e di culto più importanti. Osservando le foto aeree ho individuato due punti con queste caratteristiche, poi mi sono concentrato su quello più panoramico da cui lo sguardo può spaziare sino all’Oceano». Manco a dirlo l’analisi fotometrica ha rivelato la presenza di un rettangolo perimetrato dai ruderi di edifici, strade e case. Il Foro romano. «Non c’è dubbio, perché si nota anche la scalinata che dalla sommità della collina porta sino all’area del Foro». Non resta che cercare il tempio di Ercole, forse proprio sulla cima.
La missioneLa spedizione guidata da Ranieri è stata fatta esattamente un anno fa, alla vigilia della guerra contro l’Iraq. Un camioncino dell’università cagliaritana, con a bordo l’archeologa Consuelo Cossu, l’ingegner Marco Nuvoli e il tecnico Luigi Noli, hanno trasportato le attrezzature in Marocco. Alla fine del viaggio oltre 5400 chilometri, da Cagliari a Gibilterra attraverso la Spagna e poi da Tangeri a Volubilis e a Lixus. Il camionicino è stato raggiunto da Ranieri e un’altra decina di collaboratori che si sono messi al lavoro con le apparecchiature. In cosa consistono le prospezioni geofisiche?
Tecnologie«Servono ad individuare le variazioni di proprietà fisiche del sottosuolo, che si hanno in corrispondenza di strutture anomale» spiega Ranieri: «Si possono rilevare anomalie magnetiche corrispondenti a resti archeologici sepolti grazie al fenomeno della magnetizzazione termorimanente». Il professore cerca di chiarire i concetti:«La differenza tra il terreno e le strutture archeologiche inglobate è che queste hanno spesso subito l’azione dell’uomo e del fuoco. È così possibile evidenziare muri, tombe, canali, strade, ma anche fornaci, impianti termali, muri in mattoni».
«Oltre all’esame magnetometrico - riprende il docente - è possibile eseguire tomografie elettriche del sottosuolo, una specie di TAC, addirittura in tre dimensioni. Muri, strade, cavità vengono riconosciute e rappresentate in realtà digitalizzata, che si “percorrono” come nella navigazione in Internet. Addirittura possono essere riconosciute strutture archeologiche di epoca diversa. O, ancora, si possono analizzare i segnali riflessi delle onde radar inviate nel sottosuolo per descrivere in tempo reale, in un monitor, le diverse strutture in profondità».
L’équipe dispone oggi di sofisticati strumenti di recentissima acquisizione, in parte costruiti presso il laboratorio di geofisica. Ecco così svelato il segreto di Ranieri: con la tecnica oggi è possibile andare a colpo sicuro nelle ricerche archeologiche. «Con questi mezzi si raggiungono risultati eccezionali: basta pensare che per scavare alla cieca un ettaro in un’area stratificata occorre anche un decennio del lavoro continuato di molti uomini. Se invece si va a operare in una zona ben delimitata dalle prospezioni geofisiche i risultati sono subito evidenti».
NuraghiRanieri riporta il discorso sulle ricerche nuragiche. «Nel cuore della reggia nuragica di Barumini si trova una fonte. Partendo da questo punto con le nostre analisi abbiamo individuato una canalizzazione che corre nella campagna. Lungo questa linea abbiamo notato altre presenze nuragiche. Questo fa capire che gli antichi sardi sapevano utilizzare l’acqua e che costruivano i nuraghi dove c’era possibilità di approvvigionamento. Non è da escludere che la reggia di Barumini fu edificata in quel luogo proprio per la presenza della fonte».