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Emigrazione e “tenores”, il presente della tradizione

La tradizione, ancora viva e vitale in Sardegna, continua a riprodursi e a produrre, a rigenerarsi fedelmente su canoni immutati. Forse, proprio per questa abbondanza, l’etnomusicologia è arrivata[...]

La tradizione, ancora viva e vitale in Sardegna, continua a riprodursi e a produrre, a rigenerarsi fedelmente su canoni immutati. Forse, proprio per questa abbondanza, l’etnomusicologia è arrivata assai tardi nella nostra Isola. Nonostante l’abbondante messe, poco è stato scritto sul canto in Sardegna, ancora meno su quello “a tenore”, un particolarissimo modo di cantare, il canto più antico della Sardegna, una sorta di “gregoriano arcaico, quello che più intensamente ha portato in tutto il mondo la voce dell’identità isolana.

Parziali, a volte sommari, gli studi sul rapporto tra canto in Limba, religione e religiosità popolare, nonostante il canto sardo permanga e resista in ambiente sacro nelle diverse varianti vernacolari, con nicchie in cui la lingua sarda cede il passo al catalano antico come le lodi alla Vergine dormiente (Nulvi).

In Sardegna la poesia non è mai recitata o declamata, bensì cantata, sempre. Alcuni ricordano il saluto carico di pathos nella forma prima che nel contenuto, intonato dal dott. Sebastiano Cabiddu, direttore dell’INPS di Biella, per l’apertura dei festeggiamenti del decimo anniversario di fondazione del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe (1988). Innumerevoli le composizioni preparate dai poeti dell’Associazione sardo-biellese per le diverse occasioni, da un semplice incontro conviviale a un’importante ricorrenza.

Poco scandagliati i rapporti tra clero e canti in sardo, nonostante la “colonna sonora” dei riti della Settimana Santa, o la processione con il simulacro della “dormitio Mariae” di pochi giorni fa ad Orgosolo e in molti centri dell’isola siano ancora decorati da preghiere cantate in sardo, con il sacerdote che intona e a cui fanno eco le voci alternate di donne e di uomini che, con viva partecipazione, cantano in coro. Le melodie del canto che accompagna il simulacro della Vergine dormiente o quello del Cristo morto, ritmano il passo di uomini e animali. Riti solenni, sempre composti. Nessuna distrazione per la presenza di cavalli o per gli splendidi coloratissimo abiti tradizionali della festa indossati da tutti.

Anche a Biella, dall’Anno giubilare (2000), si ripete “Su Rosariu cantadu”, intonato a San Sebastiano, tempio civico della Città, nelle chiese e negli oratori intitolati a Sant’Eusebio da Cagliari o in occasione del rito funebre di accompagnamento di Soci scomparsi. A guidare la preghiera, il cappellano di Su Nuraghe don Ferdinando Gallu con l’attesa e puntuale catechesi in Limba.

Sempre a Biella, su specifico invito del canonico Giovanni Saino, già rettore per 24 anni del Santuario Eusebiano Alpino di Santa Maria di Oropa, in occasione della celebrazione della prima notte di Natale (1997), presso il Santuario di San Giovanni d’Andorno da lui riattivato, venne fatto arrivare dalla Sardegna Su Cuncordu Lussuzesu di Santulussurgiu (Oristano), per decorare la solenne cerimonia con antiche melodie in “gregoriano arcaico”, volutamente intonate - non a caso - presso uno dei cuori battenti dell’identità biellese non solo cristiana.

Luogo sacro da sempre, come dimostra il toponimo del rio Bele che scorre a monte del santuario, con rimando a “Belenos”, divinità pastorale, il luogo è stato successivamente cristianizzato proprio attraverso la figura di San Giovanni.

Il Gloria e il Sanctus eseguiti nell’occasione vennero tratti dall’Ordinarium Missae lussurgese, mentre l’Agnus Dei da quello dalla Missae Corsica; Su Ninniu, dalla tradizionale lussurgese.

Qualche anno prima, in occasione dell’Anno eusebiano (1995), indetto dal cardinal Tarcisio Bertore (all’epoca arcivescovo di Vercelli), sono state composte le sestine dei “Gosos de N.S. de Oropa”. Intonate per la prima volta dal Coro di Pozzomaggiore (Sassari) e da allora cantate dei Sardi di su disterru, proposte oggi da Su Cuntzertu Abbasantesu al Convegno di Domusnovas Canales.

Un fatto che si è ripetuto e si ripete, come usano i cantori delle “gare poetiche”, gli improvvisatori e, principi nel canto, i poeti del canto a tenore. Così era nel mondo classico e nell’Europa della poesia cavalleresca.

Inoltre, in Sardegna è rimasta la consuetudine di addobbare i palchi in cui si esibiscono “sos cantadores” con frasche di mirto o di alloro come in Grecia e nella Roma antica, dove i poeti e i letterati venivano premiati con corone intrecciate con questi vegetali.