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Un racconto di un nuovo partecipante al concorso per racconti di scacchi, le 64 caselle, Roberto Colantonio

Racconti scacchistici

Di come le principesse Isifa e Anira diventarono più brave degli uomini

nel gioco degli scacchi e del perché il re, loro padre, le costrinse a smettere

di Roberto Colantonio

Il Punjab era una volta una terra felice e senza guerre, questo accadde, anche se per un breve periodo, quando il gran Moghul
Beber la Tigre, discendente di Tamerlano per parte di padre e di Kubilai Khan dal ceppo materno, morì improvvisamente a
cinquantasei anni per un’indigestione di cammello in brodo, piatto molto ricercato dai buongustai della regione, e il suo esercito
metà di Afgani e metà di Sciti Sarmati cominciò a litigare finché venne a tutti una grande stizza e ognuno se ne tornò per conto
suo nei villaggi lontani, sui monti.

Così gli indù, che poi erano gli Ari più pigri, quelli che mille e mille anni prima non se l’erano sentita di lasciare il Kashmir per
seguire i capitribù fino a Lisbona, festeggiarono il loro primo mese senza morti ammazzati per guerra degli ultimi cento anni a
memoria d’uomo.Ma il re di quelle vallate, un certo Canepa Lanna, diretto discendente di Visnù dalle tremilaseicentodue
reincarnazioni, solo a volere contare quelle conosciute, non aveva per questo risolto il problema che gli stava più a cuore.

Maritare le sue due figlie, Isifa e Anira. Isifa in particolare lo preoccupava per l’età che aveva raggiunto. Tredici anni il
prossimo luglio e ancora nessuna seria trattativa matrimoniale in corso con i Signorotti confinanti. Questo è l’ultimo anno
buono, o si sposa adesso o nessuno con qualche titolo e un po di terra vorrà prendere in moglie una donna così vecchia, fosse
anche figlia di Visnù in persona e non sua nipote, come effettivamente è secondo l’araldica della nostra casata.

Tutta colpa di quel Caldeo che aveva assunto come precettore qualche tempo prima. Ma cosa gli era venuto in mente di
insegnare loro quello stupido gioco inventato dalle sue parti? Del resto chi avrebbe mai potuto pensare che le due avrebbero
preso gli scacchi tanto sul serio? In breve erano diventate le giocatrici più formidabili di tutta l’India, tanto che erano già mesi
che erano costrette a giocare solo tra di loro per mancanza di avversari. Nessuno si faceva avanti perché temevano il ridicolo
del perdere con una donna. E questa brutta fama delle ragazze si era propagata velocemente per ogni dove, prima ancora che
lui avesse avuto il tempo di impedirlo. Almeno si era sfogato mettendo a morte l’infame Caldeo tra i più atroci supplizi, ma era
stata una consolazione davvero magra.

Fu così che quando si presentò a corte Armir, principe di Lanka, erede di uno dei principati più ricchi di sempre e per di più
con un personale niente male, il re in fretta e furia gliele sposò entrambe, che un’occasione migliore difficilmente sarebbe
ricapitata. E, da gran saggio che era, e padre premuroso, per la futura tranquillità del menage familiare impose alle figlie di
perdere tutte le partite che il loro regale consorte avesse voluto giocare. E glielo fece promettere sulla tomba della loro povera
madre, morta in ancora giovane età - poco dopo la nascita della seconda figlia Anira-, rea di aver sbagliato per due volte
nonostante il re suo marito si fosse tanto raccomandato che voleva un bel maschietto e perciò giustiziata per lesa maestà.

Se fossero nate in questi nostri anni moderni e illuminati dalla luce della ragione e del femminismo -lo dico senza polemica,
giuro- , certo le due talentuose principesse avrebbero potuto imparare l’altrettanta nobile arte del tennis e magari diventare più
brave di Serena e Venus Williams, ma tanto non capitò e quindi che ne parliamo affare? Scontato a questo punto aggiungere il
solito “e vissero tutti felici e contenti”.