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La Truffa

Un nuovo racconto pervenuto per il concorso Supereva-Torre&Cavallo Scacco, le 64 caselle

racconto di scacchi

“La truffa”

di Manlio Baviera

Permettete che mi presenti? Gerri Santonocito (sì Gerri con la g, che posso farci?), single per vocazione, bibliotecario per
necessità; traduttore, giornalista (scrivo nella pagina regionale di un quotidiano nazionale), scrittore a tempo perso.

La storia è questa.

Martedì pomeriggio di metà novembre. Siamo in piena guerra, ma nessuno se ne da a vedere: le ragazze sperperano
tranquillamente interi stipendi nei negozi, contando sulla tredicesima prossima ventura, e alla televisione Il grande Fratello
impazza allegramente, senza nemmeno la tregua per il Ramadan. Avevo un appuntamento in un bar del centro con un tizio, una
specie di fuoriuscito/emigrato/clandestino, armeno, turkmeno o di quelle parti lì, in puro stile 007 dalla Russia con amore,
perché “l’avrei riconosciuto da una cartella rossa, che portava con sé…” Doveva chiamarsi Yuri qualchecosa e doveva
mettermi a conoscenza di una faccenda delicata, c’entravano pure gli scacchi, mi aveva detto al telefono. Avrei potuto
scriverla sul giornale.

Non vi nascondo che ero elettrizzato. Bevevo una bibita che sembrava uno sciroppo per la tosse annacquato, solo un pò più
caldo. Ma non me ne accorgevo. Finalmente lo vidi arrivare. Prima fitta allo stomaco. E quello lì avrei dovuto riconoscerlo per
la cartella rossa? Poteva dirlo prima che si sarebbe travestito da spaventapasseri per dare nell’occhio pure ai vigili urbani in
pensione! Un abito da mercatino del mercoledì, così liso era difficile da trovarsi, anche a pagarlo caro. Aveva una faccia
smunta da anoressico al terzo stadio e non s’era rasato da almeno tre giorni. Pensai che volesse contarmi una balla qualunque,
pur di rimediare un centomila. “Ciao amico, io Yuri Bezzeloff (o Bestletoff, non l’ho mai capito). Io dico te truffa organizzata
da M & M, che io partecipato.” Sì buonanotte. Seconda fitta. Lui avrebbe partecipato ad una truffa organizzata dalla M & M,
colosso dell’informatica mondiale, il cui fatturato è più grosso di quello dell’Italia intera, presidente del consiglio compreso.
Sarebbe come dire: sai amico, io ieri ho fatto una rapina in banca, Agnelli mi faceva da palo. Stavo per andarmene. Ma quello
continuò, nel suo italiano da accademico della Crusca, snocciolando fatti e mostrandomi documenti contenuti nella cartella
(per la verità erano fotocopie). Per farla breve: La M & M, che produce pc, server e mainframe, era in fase calante e avevano
deciso di rilanciarne l’immagine a scopo pubblicitario, per cui organizzarono un incontro di scacchi tra un loro computer e il
campione del mondo, Kafelnikov; prima persero, poi vinsero. Articoli sui giornali, televisioni, riviste specializzate, saggi,
dibattiti fra sostenitori e denigratori dell’intelligenza artificiale: tutta bella pubblicità. Erano stati stanziati parecchi quattrini per
quell’operazione. Tutto in regola. Archiviato ciò, quel progetto di supercomputer scacchistico, proseguì in sordina, i soldi
continuavano ad arrivare e alcuni cervelloni della M & M approfondivano le ricerche. Successe questo: furono cooptati i tre,
quattro più forti programmatori di quel campo, che realizzavano software di scacchi per professionisti. Di giorno l’un contro
l’altro armati, di notte tutti insieme appassionatamente (potenza del denaro, c’era di che arricchirsi per una vita). In conclusione
realizzarono un programma con algoritmi così sofisticati e armonizzati che manco Mozart poteva fare di meglio. Lo infilarono
in un mainframe grosso come un frigorifero da macelleria e ne venne fuori una cosa tanto potente che ti inceneriva la
scacchiera appena lo accendevi. Tutto ciò in gran segreto. Questa cellula della M & M arrivò a mantenersi economicamente
da sola. Non solo. Progettarono di guadagnarci qualcosina. Sfruttarono l’astio del pupillo di Kafelnikov, Kournikov (ma tutti
con la cappa cominciano?), che doveva avere un Edipo quanto una montagna, ma il cervello di una bertuccia: da solo non
avrebbe mai potuto vincere il campione e per puro spirito di vendetta organizzò il match di sfida mondiale, centinaia di milioni
in palio, che lui manco se ne prese un dollaro, gli bastava umiliare il padre-campione. Il computer gli forniva le mosse e così lo
vinse una prima, una seconda e una terza volta, con cifre che divennero infine astronomiche.

“Questa storia non ha senso” dissi alla fine perplesso. “Ma se giocavano l’uno di fronte all’altro, da soli, quale aiuto gli dava il
supercomputer, in quale maniera avrebbe suggerito le mosse a Kournikov? “Quelli cervelloni” mi rispose con un sorriso ebete,
Bercetoff, “io, Maestro scacchi senza un soldo, posizioni scacchiera tenevo in testa e loro dicevo a voce; quelli, subito,
mandare lui risposta in tanti modi, con supercomputer in stanza di stesso albergo, in microauricolari o in questi qui, tu prova” e
mi porse un normalissimo paio di occhiali che indossai. “E allora?” - dissi più che altro indispettito - “non succede nulla” “Tu
bene guardi” disse in un italiano da accapponare la pelle per riflesso neurovegetativo, senza nemmeno arrivare al cervello.

In effetti, guardando attentamente, cercando di mettere a fuoco, attraverso le lenti vidi, sbiadite ma leggibilissime, cifre e
lettere. Ingegnoso! Era un semplice display a cristalli liquidi monodirezionale, invisibile all’esterno, evidentemente collegato con
una ricevente microminiaturizzata ed alloggiata nella montatura. Tanto, tutto il lavoro lo faceva il supercervellone! Beh, poteva
esserci qualcosa di vero in questa storia. Ma poteva essere tutto: uno scoop da due mesi sulle prime pagine dei giornali o una
bufala da nascondersi sottoterra per il resto della vita.

“Senti amico - mi risolsi - facciamo così: io mi tengo questi occhiali e questa carpetta, diciamo… due giorni, me la studio bene
bene e ci ritroviamo venerdì, stessa ora, stesso bar. Okay?” “Okay”.

Tutto qui. Il poveretto il giorno dopo fu trovato morto in una stanza d’albergo a mezza stella, per ictus o infarto o tutt’e due,
non ricordo bene e data la giovane età del soggetto la faccenda mi puzzava alquanto. Dicevano che era ricercato dalla mafia
russa e altre belle storielle.

Riguardai la cartelletta. Potevo guadagnarci qualcosa anch’io.

La mia idea fu di fargli sapere che sapevo. Ma non potevo sbilanciarmi con un articolo sul giornale. Troppo compromettente.
“Facciamo così: - mi dissi - “partecipo al concorso letterario “le Noir et le Blanc” e ci infilo questa storiella come un pic
indolor, qualcuno abboccherà. Sento che stanno per piovere tante lirette… no, anzi Euro.”