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La partita a scacchi

Un racconto di Franca Quatrini e Manlio Baviera per il concorso di Supereva-Torre e Cavallo-Scacco

Racconti scacchistici

La partita a scacchi

di Franca Quatrini e Manlio Baviera

A prima vista poteva sembrare strano pensare che quei due uomini avessero qualcosa in comune. L’uno, Ettore Baldi era un
distinto uomo poco più che quarantenne, appena stempiato, impeccabile nell’abito e nel portamento, come in tutte le sue cose,
del resto. Dalla giacca facevano capolino un colletto e due polsini che non potevano essere più candidi. Portava un elegante
orologio carré dal quadrante scuro che, assieme a tutto il resto, emanava un’eleganza sobria e raffinata, spontanea. Tutto in lui
era naturale e conseguente; non sembrava aver bisogno di riflettere e in generale si potrebbe credere che Baldi non avesse
tempo e voglia di pensare ad alcunché, come si trattasse di una faccenda poco dignitosa da mostrare in pubblico, e perciò ne
faceva a meno. Evitava anche di irritarsi, o almeno non lo dava a vedere; mai nessuno l’aveva udito alzare la voce e men che
meno era stato visto agitarsi per nessun motivo, mai. Se proprio qualcuno dei suoi dipendenti aveva deciso di turbare
l’armonia che aveva creato intorno a sé, fissava qualche secondo il ribelle, corrugando leggermente la fronte e aspettando
fiducioso che la pecorella tornasse all’ovile, poi si scioglieva in un sorriso complice: chi poteva resistergli? Dovevi dargli
ragione per forza, altrimenti ti saresti creduto un verme.

L’altro era Achille Marni che, nonostante il nome, non era quello che può definirsi un vincente. Non aveva neppure idea di
come egli stesso apparisse agli altri, e comunque non cercava di sembrare migliore di quello che fosse. A modo suo anche lui
era spontaneo in ciò, e nonostante avesse un’emotività fluttuante, era amato dai pochi veri amici che gli erano rimasti, per la
sua innata bontà d’animo. Era, al contrario di Baldi, meticoloso nel ragionare, lento ma non tardo. Aveva bisogno di esaminare
le questioni dalle fondamenta, a partire cioè dai loro costituenti essenziali, più e più volte, e anche per le quotidiane avversità
aveva bisogno di cominciare dal principio, per poi effettivamente riuscire a districarle e quindi risolverle. Aveva una maniera
tutta sua, metodica, di analizzare i problemi, dopo che aveva isolato uno per uno tutti i componenti di qualunque ingarbugliata
matassa. E novantanove volte su cento riusciva nell’intento, meravigliando tutti quelli che non lo conoscevano. Novantanove
appunto. Ma di questo problema sembrava proprio che non riuscisse a venirne a capo.

Erano adesso l’uno di fronte all’altro e fra loro stava una scacchiera con tanti pezzi, bianchi per il Marni e neri per il Baldi.

27. … Cxe5.

Gli scacchi erano una delle due passioni che avevano in comune. Se avessero avuto il tempo o l’occasione, avrebbero potuto
forse, l’uno o l’altro, diventare grandi campioni in questo gioco. Ma non andò così, nella vita ci sono priorità da rispettare.
L’altra passione in comune era meno confessabile, almeno da parte del Baldi, ed era Costanza, la donna di Marni. Costanza
era la donna più bella ch’io abbia mai visto e non era possibile resistere al suo fascino nemmeno sforzandosi. Soprattutto non
riuscì a resisterle il Baldi. E il problema insolubile del Marni era proprio questo.

28.d4 Axa1

E anche la Torre se n’era andata. Come tutte le proprietà del Marni che dovette vendere, l’una dopo l’altra, prima per far
felice Costanza, poi per i debiti, e infine a causa del fallimento dell’azienda di famiglia, che era stata fondata dal nonno Achille.

29.d5 gxf4

Col pedone e con garbo, il Baldi adesso gli sottrasse anche l’Alfiere che, inerme, veniva tolto dalla scacchiera.

Il Marni dovette tirarsi su le maniche per ricominciare da zero; pure Costanza, cominciò a lavorare e, per sfortuna sua e di tutti
loro, fu assunta dal Baldi.

30.d6 Cxg4

Ora era la volta della Donna bianca di abbandonare il campo.

Le speranze del Marni di non perdere l’unico tesoro rimastogli, si ridussero al lumicino. Erano senza un soldo e il Baldi strinse
Costanza d’assedio.

31. d7 Af3. Il pedone giungeva ora in settima, ma la situazione era davvero disperata. Nemmeno la promozione poteva
compensare le perdite di materiale del bianco che finora aveva solo spinto avanti, forse per disperazione, il piccolo pedone.

Tutte le speranze di Marni di risollevarsi economicamente e forse di non perdere Costanza, erano ormai affidate a quell’ultimo
progetto di riuscire a vendere un suo brevetto, e per il quale era in trattative con la più nota multinazionale del mondo. Era
un’idea che aveva realizzato dopo anni di fatiche, lavorandovi di giorno e soprattutto di notte, visto che era assorbito dalla sua
azienda. A dirla in parole, poteva sembrare una stupidata: si trattava di una semplice lattina ma, a guardarla bene, era una di
quelle alzate d’ingegno che ti cambiano il modo di vivere. Era un sistema d’apertura delle lattine di bibite, che risolveva i
problemi insiti in questo tipo di contenitore, in modo veramente geniale: la linguetta si apriva di lato ed essa stessa costituiva il
canaletto dove scorreva il liquido; una volta vuotata, tirando ancora un po’ la stessa linguetta, la lattina si accartocciava su se
stessa, diventando una piccola pallina d’alluminio, immediatamente riciclabile: era un meccanismo prodigioso e sorprendente,
che a vederlo, ti saresti chiesto come mai nessuno ci avesse pensato prima.

42.d8=D… Il Baldi sorridente e cortese gli porse la Donna bianca per sostituirla al pedone. Ma il Marni con gentile fermezza
rifiutò il regalo del Baldi e prese da sé un Cavallo. 42.d8=C+. Il pedone in ottava fu promosso a Cavallo. Scacco e di lì a
poco, matto. Comunque la partita era vinta.

Il Baldi corrugò leggermente la fronte, poi sorrise affabile e strinse la mano all’avversario.

Il Marni guardò Costanza che guardava il Marni da lontano e gli sorrideva felice.