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L'ultima notte

Un racconto di Riccardo Del Dotto, per il concorso Le 64 caselle

Racconti scacchistici

L’ultima notte

di Riccardo Del Dotto

Aveva commesso un errore. Lo percepì chiaramente da come l’avversario aveva aggrottato la fronte alzando un sopracciglio
al di sopra degli occhiali. Si sentì spaesato in quel frac che aveva deciso di indossare per quell’occasione: sapeva bene che
quella sarebbe stata l’ultima partita del match. Lo sfidante giocò la mossa, tese la mano e propose il pari, un gesto signorile per
evitare al vecchio campione l’onta di un’ultima sconfitta. Una stretta di mano sancì il passaggio del titolo, mentre già il pubblico
di casa acclamava il nuovo eroe. Rimase da solo sul palco, in piedi, lo sguardo perso, il vincitore godeva il primato, era stato
sconfitto. “Ti cedo lo scettro di un paradiso di perdenti.”, disse a voce bassa, ma nessuno poté udirlo. Si svegliò
all’improvviso. Erano quasi le tre ed erano passati circa dieci anni da quell’episodio: perché ricordarlo quella notte, in
quell’albergo di Lisbona, dove ormai non giungevano più nemmeno gli echi di quella guerra maledetta? Si stese di nuovo sul
letto, richiuse gli occhi, ma gli parve di vedere un uomo dalla barba lunga in fondo alla stanza agitare contro di lui uno scettro,
forse un bastone: “Posso darti un pedone di più, il vantaggio del tratto e sconfiggerti lo stesso!” Ma non aveva ancora finito di
pronunciare queste frasi sconnesse che al suo posto compariva, dietro una cortina di fumo, un altro uomo dal profilo aquilino e
dallo sguardo rapace: “Non hai mai seguito la strada del buonsenso negli scacchi!” E non c’era tempo di replicare a quella
apparizione, che già un’altra visione sostituiva la precedente ed era la volta di un giovane di bell’aspetto, il quale lo invitava con
un elegante gesto della mano a sedersi di fronte a lui, alla scacchiera: “Mi devi ancora una rivincita, non ricordi?” Si alzò dal
letto per recarsi di corsa in bagno. Alzò il viso grondante dal lavandino e guardò nello specchio il volto di quell’uomo che
ormai non riconosceva più, devastato dalla scarlattina, le guance afflosciate, lo sguardo inebetito. Per la prima volta ebbe
paura. L’alba sull’Atlantico era l’ultima ad arrivare: già giorno a Mosca, già luce a Parigi, mentre lì al limite del vecchio
continente bombardato, la notte era sempre alta nel cielo. Pensò ad un vizio assurdo, ad una pulsione già passata per la testa
in circostanze di medesimo tormento, pure Pillsbury aveva sfiorato quell’idea, Bardeleben c’era riuscito, il buon Yates forse vi
aveva trovato conforto, ma la mano tremava e il rasoio giaceva inerte sotto lo specchio. “Mi uccideranno ugualmente.
Porgeranno la mia testa su un vassoio d’argento ad un boia venuto dalla mia terra. Imbratteranno nella pozzanghera della
menzogna il mio nome, le mie gesta, la mia grandezza, ma non arriveranno mai a comprendermi.” Ritornò in camera, aprì le
tende verso un nuovo giorno che timidamente scalfiva un oceano di tenebre e si lasciò cadere sulla poltrona. Gli pareva di
udire le voci di quell’incubo precedente, le sentiva mescolarsi con la vita che prendeva lentamente forma per le strade e ancora
voci di altre età lo inseguivano in un dormiveglia agitato, la gran madre Russia, le mollezze francesi, l’asprezza teutonica, in un
valzer dove si incrociavano rivoluzioni, guerre, deportazioni, udiva la voce degli sconfitti provenire dai ghetti, dai campi di
battaglia, dalle sfide interminabili e su tutto gli scacchi, il bianco e il nero, nessun altro colore. Entrarono a portargli la
colazione. Pranzò come abitudine davanti alle sue 64 caselle. E mentre deponeva delicatamente la Donna bianca sulla
scacchiera e tagliava un pezzo di filetto con il coltello, ebbe la folgorazione di aver capito il senso di tutta una vita, ma il
pensiero gli si strozzò in gola, per sempre. Qualche ora dopo vennero a prenderlo. “Chi era costui?”, chiese un fotografo
inviato da un giornale locale. Gli rispose Lupi, l’ultimo amico. “Quest’uomo era Aleksandr Alechin, il più grande di tutti.” Il
fotografo strinse le spalle: “Mai sentito nominare.”