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Forfait

Un terzo racconto di Riccardo Del Dotto per il concorso Supereva-Torre e Cavallo-Scacco

Racconti scacchistici

Forfait

di Riccardo Del Dotto

Bevve l’ennesimo bicchiere di skier. L’orologio alla parete segnava le 16 e 45, pochi minuti dopo l’arbitro avrebbe messo in
moto l’orologio. Ma lui aveva deciso. “Volevano il forfait al primo turno. L’avranno al secondo, quei bastardi. Si prenderanno
il match, il titolo, i diritti d’autore sui miei libri, le mie novità teoriche… tutto quello che vogliono, basta che mi lascino i pace!”
Sentì di nuovo venire un rumore dall’ingresso del suo appartamento. “Perché questo prete non la smette di salmodiare davanti
alla mia porta. Nessuno potrà convincermi. Me ne vado. Me ne vado da questa terra che trema, da quest’isola che è tutta un
vulcano, dai suoi ghiacci, dagli iceberg, dal Titanic e da tutte le sconfitte, dalle sconfitte che non ho mai subito, da tutte quelle
che ho saputo infliggere e da tutte quelle che ancora infliggerei se soltanto restassi qui, al centro del mondo, ma ormai ho
deciso e me ne vado.” Si interruppe per un attimo. “Prenota un aereo, William - disse rivolto verso la porta - ce ne andiamo
stasera stessa.” Poi riprese a parlare tra sé. “Me ne vado da questo mercato del pesce, perché sono un pescatore serio, me
ne vado dai merluzzi, dalle sardine, dagli squali, dai pesci lessi che mi circondano, me ne vado dal pubblico, dalle telecamere,
da questi occhi del demonio che attendono con ansia un mio errore, me ne vado perché non so sbagliare e vi deluderei tutti,
me ne vado perché posso ancora vincere 13 a 0, pure se ho regalato la prima partita, me ne vado perché voglio vincere per
me stesso e per nessun altro, me ne vado da Nixon e da Breznev, dalla guerra fredda e dalla guerra lampo, me ne vado dalle
stelle e strisce e dalla falce e martello, dallo sporco Vietnam e dalla primavera di Praga, me ne vado dalla Coca Cola e dagli
hamburger, come dalla vodka e dal caviale, dalle facce sceme degli yankee e dai profili tristi dei sovietici, via via senza più
tornare. Partiamo William, partiamo, sia lodato il tuo Dio, ed anche il mio che è finito in ritardo di tempo… Andiamo via dagli
zeitnot, dalle buste, dalle Indiane di Nimzowitsch, dalle sedie troppo scomode per il mio deretano, dai punti Elo e dalle lettere
di scuse, dagli zeri di Larsen e di Tajmanov, da quell’orso di Petrosjan, dal mio sfidante che avrebbe certamente perso contro
una Moderna Benoni, me ne vado da me stesso, perché ho tanta voglia di smetterla con questa droga che è tutta la mia vita,
me ne vado perché giocare a scacchi è l’unica cosa che sappia fare ed è quindi giusto che io me ne vada…” Si sdraiò sul letto.
Immaginò per un attimo la sala di gioco: vedeva l’arbitro mettere in moto l’orologio, vedeva il suo avversario sedersi,
aspettare, rialzarsi, passeggiare nervosamente, rilassarsi, firmare il formulario, sorridere sbigottito ed il pubblico ancor più
sbigottito interrogarsi nell’attesa, svuotare la sala, riversarsi nelle strade, deluso per il forfait del proprio campione. Li avrebbe
fregati tutti. Ormai non gliene importava più niente. Cosa doveva dimostrare ancora che non avesse già dimostrato? Per lui
bastava. Erano le 18 e 30 quando squillò il telefono. Dall’altra parte riconobbe la voce del segretario di stato in persona. Fu
un dialogo concitato, che gli strappò un compromesso. Vincere il match. Poi avrebbe fatto quello che gli pareva. Voleva
chiudere? Chiudesse pure. Ma quel match doveva essere vinto. Riattaccò il telefono. Tornò a sedersi di fronte alla scacchiera
e si mise a lavorare su 11. … Ch5 nella Moderna Benoni.