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Un amore sofferto

Un racconto per il concorso di Supereva-Torre e cavallo-Scaco, di Luca Desiata:

concorso racconti scacchistici

UN AMORE SOFFERTO

di Luca Desiata

“Non è possibile!” mormorò avvilita Judith alla lettura delle ultime righe di quella lettera laconica “Non è possibile che finisca
così, senza un saluto, una spiegazione…”

Il rapporto con Mariusz non era mai stato facile e Judith sembrava essersene fatta una ragione fin dall’inizio della loro storia,
quando si erano conosciuti ad una conferenza sugli stati plasmici della materia. Timido, introverso, distratto nel portamento,
sguardo sfuggente e malinconico dietro lenti spesse da miope. Judith era rimasta affascinata proprio da quel distacco dalle
cose del mondo che presuppone una conoscenza superiore preclusa ai più.

Sebbene nel campo della fisica molecolare Judith riuscisse a tenergli dietro senza arrancare, un aspetto del suo carattere gli
rimaneva tuttavia misterioso e insondabile. Mariusz aveva l’abitudine, nelle gelide serate invernali, di lasciarsi andare a lunghe
analisi solitarie di fronte ad una scacchiera inanimata. Spesso dimenticava di cenare e non andava a dormire se non quando,
spossato, lasciava cadere il libro di teoria dalle mani ormai prive di energie. I richiami di Judith, discreti per non
deconcentrarlo, cadevano nel vuoto, inascoltati. Spesso aveva tentato di convincerlo ad insegnarle i fondamentali del gioco
per non rimanere esclusa da quello che sembrava il suo passatempo preferito. Mariush immancabilmente le rispondeva
sprezzante che, se si ritiene di poter imparare a giocare a scacchi memorizzando le mosse dei pezzi e qualche apertura, non si
è degni di essere iniziati ad una tale filosofia. Lei, quasi offesa, si era allora procurato un manualetto che aveva divorato ed
assorbito in poco tempo. In fondo di cosa si trattava? Un po’ di calcolo combinatorio, qualche elemento di tattica, buonsenso
come in tutte le cose di questo mondo. Per non rischiare di essere battuta in poche mosse, aveva approfondito un’apertura a
riccio che le avrebbe permesso di resistere a lungo dietro una struttura pedonale solida, di cambiare i pezzi pesanti e di
pervenire rapidamente ad un finale semplificato sperando in una patta.

Mariusz, paziente, le concesse una prima partita e Judith si impegnò a fondo, sperando di impressionarlo con la tenacia del
suo amore. Nonostante il primo insuccesso, continuò ad applicarsi con una costanza sorprendente, tralasciando spesso il suo
lavoro da ricercatrice. Gli impose di giocare ogni sera di quel lungo inverno, impedendogli di perdersi nella solitudine infinita e
sconcertante delle sue analisi da eremita. Per lei era una pena immane passare tre, anche quattro ore al giorno davanti ad una
scacchiera, anziché guardare la televisione o leggere un bel libro, ma non avrebbe mai riconosciuto a se stessa, forse per
orgoglio o forse perché l’amore si sente gratificato quanto più è sofferto il sacrificio, che tutto quel calcolo combinatorio in
fondo non era che un noioso, inconcludente passatempo.

Mariusz l’aveva pregata, invano, di non privarlo di quei momenti di solitudine e riflessione che gli erano indispensabili per la
sua serenità interiore. A nulla valsero i suoi sforzi. Prima che la primavera sciogliesse le ultime nevi, Mariusz se ne era andato
senza una parola e solo dopo vari giorni le aveva scritto una lettera di commiato.

Il braccio di Judith, dopo aver asciugato le lacrime che le irroravano il viso, urtò sbadatamente contro la scacchiera di marmo
freddo che dal tavolino rinviava i riflessi opachi di un fuoco ormai quasi estinto. Rincorrendosi gioiosamente tra i riquadri grigi
e neri, i pezzi rotolarono in disordine con un fracasso che turbò il silenzio religioso in cui la stanza era avvolta. Pian piano il
tramestio andò scemando e la situazione sulla scacchiera si normalizzò. Un solo pezzo continuava a rotolare impassibile, un re
nero dalle tonalità fosche che, raggiunto il bordo della scacchiera, si staccò senza rumore. Due o tre rimbalzi scomposti e la
sua corsa ebbe fine con un rollio smorzato sulla lettera accartocciata che Judith aveva lasciato cadere a terra.