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L'ultima partita

Un racconto di Eddy Moro, per il concorso Le 64 caselle

concorso racconti scacchistici

L’ULTIMA PARTITA

di Eddy Moro

Bisognava riconoscere che quell’uomo giocava davvero bene! A vederlo sembrava solo un tranquillo vecchietto. Non che
Manuel fosse un ragazzino, ormai aveva superato gli ottant’anni, ma il suo avversario appariva molto più anziano di lui, forse a
causa dei lunghi capelli candidi e della barba bianca che incorniciavano il volto rugoso conferendogli un’età indefinibile. Eppure
giocava davvero bene! Manuel aveva provato tutte le mosse che conosceva. E ne conosceva davvero tante! Manuel si
definiva il più grande innamorato degli scacchi al mondo. Per questo aveva abbandonato la carriera da professionista appena
prima di partire con la squadra nazionale alla volta dei mondiali: per amore. Il responsabile nazionale non riuscì a capire e si
adirò; confidava proprio nella classe dell’allora 17enne Manuel per vincere il titolo e sfruttare quel successo per ambire ad una
poltrona presso la FIDE. Ed invece il giovane campione aveva comunicato la strana decisione di non partecipare. L’estremo
tentativo del funzionario confermò a Manuel la giustezza della scelta operata: cercò di convincerlo promettendo soldi!
Secondo molti avrebbe dovuto accettare, realizzando il sogno di ogni uomo: trasformare la propria passione in un lavoro. Ma
si possono mescolare amore e denaro? Si può fare l’amore con la persona che si ama, percependo denaro in cambio? Manuel
aveva deciso di no! Temeva che trasformando la sua passione in lavoro avrebbe perso il piacere del gioco. La sua
preoccupazione sarebbe diventata vincere, vincere ad ogni costo. Vincere per guadagnare. Rifiutò, anche se giocare a scacchi
era la cosa che più gli piacesse al mondo. Duellare con la mente, provando ad immaginare i pensieri dell’uomo seduto di
fronte, magari con una tazza di tea fumante tra le mani. Gli piaceva immensamente. Anche quando perdeva. Cioè mai, o quasi.
Ricordava bene le ultime due volte: in entrambi i casi si trattava di ragazzi. In entrambi i casi aveva letto nei loro occhi lo stesso
amore per il gioco che lui provava; sperò che, facendoli vincere, gli avrebbe fornito una forte motivazione ad andare avanti.
Forse anche loro avrebbero conservato gli scacchi dentro al cuore, come lui.

Il vecchio mosse la regina in diagonale. -Scacco matto!-

-Complimenti!- esclamò Manuel. Davvero notevole. Non ho mai incontrato un giocatore bravo come te!- Sollevò lo sguardo
dalla scacchiera e cercò gli occhi del vecchio. Il vecchio lo stava osservando, con affetto. Avvertì una sensazione di
piacevolezza prima carezzare le terminazioni nervose del suo corpo stanco, poi insinuarsi nella colonna vertebrale ed inondare
il cervello irradiandosi dalla nuca. Era meraviglioso! Sentiva pace e benessere profusi in ogni cellula del suo corpo. Cominciò
a capire. -Da quanto tempo stiamo giocando?- chiese.

Il vecchio abbozzò un sorriso. -Quasi un anno.-

-Un anno! Una sola partita! Ma come abbiamo cominciato?-

-Davvero non ricordi, Manuel?- Aveva pronunciato il suo nome con una dolcezza infinita, come un padre. Anzi, con la stessa
dolcezza di sua madre.

-Tu mi implorasti di giocare un’ultima partita. Il tuo cuore era forte ma il corpo non era in grado di seguirlo.-

Manuel si guardò intorno. Tutto era luce. Tutto era quiete. Sorrise. Aveva perso l’ultima partita ma l’avversario era davvero
fuori del comune