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La donna che sto cercando

Il racconto vincitore del concorso Le 64 caselle

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La donna che sto cercando

di Gianni Giannini

Non conosco le strade della città, ma devo provarle tutte per raggiungere la donna che sto cercando.

Comincio spostandomi nel quartiere C Sei, lì abita Ezio, un amico che non vedo da un paio d’anni. Occupa un piccolo alloggio
in un palazzo anonimo, a pochi metri dal naviglio. Ezio mi fa sedere in cucina e mi spiega quali sono le vie più importanti della
città. Lo ascolto per mezz’ora, col gomito appoggiato su un tavolo di plastica e il mento nel palmo della mano. Poi mi alzo
dicendo devo andare. Lui estrae da un cassetto una mappa stradale: può esserti utile, afferma dandomi due colpetti sulla
pancia.

Senza guardare la cartina e senza riflettere raggiungo il quartiere D Cinque dove, mi ha spiegato Ezio, vanno i turisti per
visitare la cattedrale, le modelle a fare shopping e gli uomini esperti per giocare in borsa. Spingo una porta di vetro, mi ritrovo
in un labirinto di colori e scelgo un mazzo di rose blu. Su un biglietto minuscolo scrivo una poesia immensa e la firmo come ne
fossi l’autore. Sistemo il bigliettino tra i fiori e dopo aver pagato esco dal negozio ignorando i sorrisi audaci della ragazza
seduta dietro il bancone. Non ho tempo da perdere.

Una strada diagonale mi conduce al quartiere F Tre. In fondo a un viale di tigli, vedo l’insegna del ristorante consigliatomi da
Ezio. Dalla cucina arriva un profumo di zuppa di pesce, il mio piatto preferito. Il padrone mi saluta come fossimo amici e
promette che per questa sera mi riserverà il tavolo più appartato. Vorrebbe illustrarmi il menu, ma io chiedo scusa ed esco dal
locale perché sento il ticchettio inesorabile del mio orologio.

Dieci minuti dopo mi trovo al quartiere H UNO dove resiste, tra una fabbrica e l’altra, qualche casa coi muri neri e il portone
di legno mezzo sfondato. Cammino sul ciglio della

strada perché i marciapiedi sono occupati da lavandini, water rotti, materassi sventrati. Nell’aria odore di plastica bruciata, di
piscio e di cibi marci. La strada finisce poco più avanti dove due ragazzine, abbandonate su cubi di cemento, si rifanno il
trucco nell’attesa.

Aumento il passo e giungo a E Uno. Vedo i muri dell’ippodromo e la sagoma del glorioso stadio di calcio. La donna che sto
cercando non è distante, abita al quartiere D Uno, ma prima d’incontrarla devo riflettere un po’. Guardo l’orologio: mi restano
quaranta minuti, scelgo di sedermi in un bar. Una ragazza in minigonna mi porta un aperitivo della casa. Le guardo le gambe e
subito lei si presenta e dice che domani sarebbe libera. Alzo le spalle, bevo con gusto l’aperitivo e me ne vado.

Sollevo il braccio e il taxi si ferma.

-Buona sera, dove la porto?

-Al D Uno, grazie.

-Ma vuole andarci in macchina? Ci sarà appena un chilometro!

Prometto al taxista una buona mancia e lui, in due minuti, mi porta dove desidero. Pago e scendo dall’auto.

Cammino sul marciapiede spiando oltre i cancelli delle ville, scorgo piccole piscine e giardinieri che sfoltiscono le siepi.
Incrocio un uomo in livrea intento a lavare la strada, mentre la signora saluta sua figlia che stringe fra le mani la custodia del
violino e sta salendo su un’auto lunghissima.

L’ultima villa è la sua, ne sono certo. Suono il campanello. Nessuna risposta, ma il cancello si apre richiudendosi dopo il mio
passaggio. Col mazzo di rose nel pugno attraverso il giardino e capisco di aver compiuto una fesseria a comprarle dei fiori:
sono già lì, tutti. La porta di casa è spalancata, chiedo permesso ed entro.

Nel primo locale vedo una cassapanca in noce e due scrivanie col piano di pelle.

In un’ampia sala trovo un caminetto di marmo grigio, un trumeau e varie sedie coi braccioli.

La stanza successiva ospita una libreria colma di antichi volumi e di vasi cinesi, un pianoforte e un lungo tavolo con sopra dei
candelabri d’argento.

Manca solo lei. Vorrei andarmene, ma sento gridare il mio nome e allora supero un vasto corridoio pattinando su tappeti
intarsiati poi abbasso la maniglia di una porta in ferro e mi ritrovo all’aperto, nel retro della villa. Un’occhiata
all’orologio: ancora cinque minuti.

Corro sulla ghiaia bianca e in fondo alla strada vedo la donna cercata finora: è immobile sopra una lastra quadrata di marmo e
ha in testa una corona luccicante. Le arrivo vicino e muovo ancora un passo deciso ad abbracciarla, ma lei si sposta di lato e
io cerco invano di fermarmi; lo so, oltre il quadrato di marmo c’è un burrone.

Precipito lentamente e guardo in alto: la donna sta ridendo e persino i suoi denti sembrano d’oro. Al suo fianco gioca adesso
un cavallo nero e sono entrambi felici, hanno vinto un’altra partita.