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Intervista a Daniel Contin

Una vera chicca, l'intervista di Diego Sartorio al Maestro Internazionale Daniel Contin, pubblicata a suo tempo su TCS:

intervista Daniel Contin

Intervista a Daniel Contin

di Diego Sartorio (1a parte)

Arrivo ad Angera nel pomeriggio, quando i raggi del sole si spengono sul lago. Mi apre il cancello la moglie di Contin che vorrebbe offrirmi il
mate, poi Daniel mi spiega come si prepara e mi mostra la cannuccia dalla quale ognuno sorseggia la bevanda, con molta simpatia un po’ in
italiano ed un po’ in spagnolo si parte.

DS: Sei in Italia da 12 anni perché hai scelto di stabilirti nel nostro paese? Ti trovi bene?

DC: Sai, in Argentina il livello medio degli scacchisti è alto, anche se non c’è mai stato qualcuno che ha superato i 2600 punti Elo, un centinaio
di scacchisti sono dei buoni giocatori. Purtroppo, anche per ragioni geografiche, i tornei per conseguire delle norme, almeno fin quando
risiedevo là, erano solo tre all’anno, perciò numerosi atleti hanno deciso di venire in Europa. I pionieri sono stati Garcia Palermo, Campora e
Braga, successivamente altri giovani li hanno seguiti, tra cui io. Ma per rispondere esattamente alla tua domanda, perché proprio in Italia,
bisogna sapere che sono di origini italiane e che dodici anni fa Gustavo Pinaci, che adesso non gioca più, e che è di Angera, insistette perché
lo raggiungessi.

DS: Allora sei salito su un aereo e sei atterrato qui, sul lago…

DC: Si, l’Europa per un argentino che è figlio di spagnoli o italiani, è il massimo, è stata un’avventura. Il mio Paese certe volte mi manca, le
amicizie, i rapporti umani più profondi, e aperti, un sentirsi strettamente confidenti gli uni con gli altri.

DS: Come stanno andando le cose là?

DC: La crisi economica è di proporzioni notevoli, qualcuno si è espresso in merito dicendo che è stato “il furto del secolo”. Milioni di
risparmiatori hanno visto dall’oggi al domani convertire i risparmi di una vita da dollari in pesos: si sono trovati senza niente. Non c’è ancora la
fame per le strade come la televisione ha cercato di far vedere, ma presto ci saranno ovvie conseguenze, prima fra tutte la disoccupazione.

DS: Ruben Felgaer è il nuovo campione argentino, lo conosci?

DC: Ha anche dormito in questa casa, l’anno scorso, quando fu invitato all’open di Saint Vincent. Nel 2000 è arrivato 2° al campionato
argentino, in precedenza aveva pattato con Karpov, la Polgar. E’ Ariete con ascendente Gemelli, come me, possiede uno stile universale ed è
giovane, 20 o forse 21 anni ed è diventato IM a 18. Credo possa avere un futuro radioso.

DS: Pensi che resterà in Argentina?

DC: Rimarrà là, so che vuol partecipare a qualche festival italiano, vedrò cosa potrò fare.

DS: Raccontaci brevemente le tappe della tua carriera scacchistica?

DC: Mi ha insegnato mio padre, il giorno dopo che aveva imparato lui. A 12 anni vinsi il mio primo torneo realizzando 7 vittorie su 7 partite, fu
molto importante per il mio futuro. Sono stato seguito da un insegnante al Club Estudiantes de la Plata - quello che i milanisti ricordano per
Villardo -, in Argentina ogni società calcistica ha un circolo dove i soci possono praticare molte altre discipline tra cui gli scacchi, nel River per
esempio c’è Panno. A 15 anni sono arrivato 6° all’open di Buenos Aires, vincendo con il noto maestro per corrispondenza Bartolomeo
Marcussi, all’ultimo turno incontrai, perdendo, Guessler, che gli americani rammentano per aver battuto Fischer nel 1960. In quel periodo ero
considerato fra i più promettenti scacchisti argentini, anche se allora non me ne rendevo affatto conto. Nel 1979 ho fatto il 2° posto a Salta nel
Campionato argentino under 17 che né io né Tempone - campione del mondo under 17 l’anno successivo - vincemmo a causa di una
irregolarità di un avversario che voglio dimenticare… Nel 1987 ho vinto la medaglia d’oro, con 61/2 su 7 al Campionato mondiale a squadre
tenutosi a Porto Rico. Due anni dopo ho partecipato per la prima ed ultima volta alla finale del Campionato individuale assoluto del mio Paese.
Nel 1993 sono giunto 3° al Campionato Italiano, nel 1995 ho vinto il Campionato Italiano active chess ad Ischia, nello stesso anno sono stato
finalista al Campionato Italiano a Reggio Emilia, così anche l’anno successivo e nel 2000 Campione Italiano semilampo ad Omegna. Maestro
Fide a 25 anni e Maestro Internazionale a 30.

DS: Tu sei una persona passionale è uno svantaggio in uno sport dove l’autocontrollo è importante?

DC: Molto, moltissimo! Basta vedere l’ultima partita con Ratti nel Campionato a squadre! I miei allievi, come Vismara, Drabke, insistono perché
perfezioni il mio acume tattico, ma io non so come spiegargli che non è un problema di allenamento, magari lo fosse, è che ho un pessimo
carattere per gli scacchi; se sto giocando con un avversario di un livello inferiore al mio credendo perciò di comprendere la posizione meglio di
lui, quando mi fa una mossa che è un azzardo e la partita perde di qualità, di interesse, per me è molto difficile motivarmi, e non ho la calma e la
volontà per mettermi freddamente a tentare di confutare. Non parlo solo per i miei risultati, ma per lo scacchismo in generale, quando una
partita non assume più le caratteristiche di un confronto di idee strategiche, perché uno dei due tira trucchi o bleffa, per me perdono tutti, ed io
soprattutto sto male, non ho buoni nervi per gli scacchi. Nel 1993 ho seguito dei corsi di controllo mentale, il metodo chiamato Silva, 3 volte al
giorno per 5 minuti, si cerca di programmarsi con frasi tipo “devi stare tranquillo” e così via. Non l’ho più praticato perché sono troppo
ottimista, mi va troppo bene e allora anche per pigrizia… Se mi dedicassi solo all’agonismo mi preoccuperei di più, e sarà necessario prima o poi
se la mia intenzione è di riprendere a giocare regolarmente un torneo al mese. Ricordo nel 1993 avevo 2420, non persi mai con chi aveva un
rating più alto del mio, pattai con Van Wely, Adams, Tiviakov, Almasi.

DS: Perché sei diventato un giocatore tattico?

DC: Sarebbe meglio chiedermi perché sono diventato un giocatore strategico! La mia natura è tattica, ognuno nasce come giocatore tattico ed
è anche una caratteristica di chi non ha avuto una scuola da piccolo, come in Unione Sovietica per capirci, una disciplina trattata
sistematicamente. Però all’età di 14 anni ho tradito la mia natura, perché ammiravo molto il gioco strategico, iniziai a leggere Botvinnik e ad
appassionarmi alle partite di Karpov. Così ho incominciato a giocare strategicamente solo che ad un certo momento nelle mie partite quando
sto vincendo, invece di continuare a lavorare posizionalmente, viene fuori la mia natura tattica e rovino l’estetica del game. Sono un tattico di
natura ed uno stratega d’adozione! Lasker diceva pressappoco così. “il tattico è chi analizza una posizione più avanti, lo strategico chi vede
una posizione più avanti e tenta di tornare indietro fino ad arrivare alla situazione da cui è partito e che ha sulla scacchiera”.

DS: In tutto questo non credi che c’entri l’impulsività? Aumenta la tensione mossa dopo mossa, non si vede l’ora di finire, si utilizzano risposte
tattiche alla soluzione di problemi psicologici…

DC: Hai ragione, imparare a lottare è importantissimo. Talvolta un tratto brillante, ma confutabile è molto meno concreto di una mossa
ordinaria, apparentemente innocua, d’attesa e che obbliga a lavorare, magari per altre due ore ma che alla fine dà un vantaggio posizionale
duraturo.

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