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    <title>guide</title>
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    <description>Le guide di Supereva</description>
    <pubDate>Tue, 25 Oct 2011 14:15:24 GMT</pubDate>
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    <copyright>2008-2009 Blogo.it</copyright>
    <language>it-it</language>

    
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	<title>Lezione 21: il film di Alessandro Baricco</title>
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	<pubDate>Tue, 30 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>news</category><category>alessandro baricco</category><category>hot topic</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lezione 21</strong><br />
di Alessandro Baricco</p>
<p>Con Noah Taylor, Clive Russell, John Hurt, Tim Barlow, Leonor Watling, Natalia Tena, Andy Gathergood, Daniel Tuite. Genere Drammatico, colore 92 minuti. - Produzione Italia 2008. - Distribuzione 01 Distribution </p>
<p>In <em>Lezione 21</em>, storia della nascita della Nona Sinfonia di Beethoven che segna l’esordio alla regia di Alessandro Baricco, si esprime la liberta’ di decidere come raccontare, pur non essendo un regista. Molti, ed io fra questi, attendevano lo scrittore al varco con i fucili spianati, un po’ per combattere, con snobismo da critico, il narcisismo baricchiano, un po’ timorosi di rivedere uno scempio come il <em>Musikanten</em> di Battiato del 2005. La prova, bisogna ammetterlo, e’ superata meglio del previsto. </p>
<p>Circondandosi di ottimi professionisti che lo supportano nella traduzione in immagini dei suoi pensieri, Baricco sceglie una narrazione quasi totalmente onirica, spaziando dalla descrizione di una mitica lezione universitaria tenuta dal genialoide prof. Kilroy, che ora vive tra clochard e delinquentelli in un bowling abbandonato, agli ultimi istanti di vita tra le nevi alpine di un violinista austriaco, tale Anton Peters, nel 1831, il tutto contrappuntato da pseudo-interviste a personaggi di inizio Ottocento contemporanei di Beethoven, che spiegano tecnicamente la genesi dell’opera. </p>
<p>Tra personaggi circensi che sembrano usciti da un film di Gilliam o di Herzog (con tanto di veliero fra i ghiacci, esplicita citazione di <em>Fitzcarraldo</em>), e momenti estatici alla Greenaway o alla Jarman, il film si dipana con inusitata leggerezza, concedendosi perfino una sottile autoironia e una scrittura veloce e lineare, senza insensati intellettualismi. Forse non del tutto riuscito nella parte piu’ “razionale” (il meeting degli ex universitari allievi di Killroy e’ ridondante e fuori fuoco), con un finale troppo lungo e meditativo e, questo si’, intellettualoide (l’incontro con la “Bellezza” e la danza su un lago ghiacciato con le ultime note di Beethoven), <em>Lezione 21 </em>e’ in ogni caso un’opera che affascina ed emoziona, forse anche in virtu’ della sua provenienza non cinematografica.</p>
 
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	<description>Lezione 21
di Alessandro Baricco
Con Noah Taylor, Clive Russell, John Hurt, Tim Barlow, Leonor Watling, Natalia Tena, Andy Gathergood, Daniel Tuite. Genere Drammatico, colore 92 minuti. - Produzione[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Critiche del cinema – Il divo</title>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>articoli</category><category>critiche del cinema</category><category>in evidenza</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Come trasformare un banale film biografico su Giulio Andreotti in un prodotto culturale di fascia alta, rivolto agli adepti del cinema d’arte e del cinema d’autore? In primo luogo, basta guardarsi un po’ in giro e pescare scaltramente fra le tendenze di punta delle cinematografie internazionali.<br />
Dai film di Sokurov su Hitler (“Moloch”), Lenin (“Taurus”) e Hiroito (“Il sole”), discende la scelta narrativa di concentrarsi sulla fase discendente della traiettoria biografica e sul tema del grande potente che perde il potere, in un clima oppressivo qui ben rappresentato dalla cupa fotografia di Luca Bigazzi e dalle scenografie claustrali di Lino Fiorito.<br />
Dal poliziesco postmoderno americano, già saccheggiato a dovere da “Romanzo criminale”, arriva la rappresentazione ironica della violenza e della malavita, per cui Quentin Sorrentino filma l’incedere degli andreottiani come fossero i gangster di “Reservoir Dogs” e l’uccisione di Lima come un regolamento di conti alla “Miller Crossing”.<br />
Un altro modello eminente è il biografismo pseudo-sperimentale di “Io non sono qui” di Todd Haynes e della “Maria Antoinette” di Sofia Coppola, da cui si ricava la concezione del film come patchwork di clip autoconclusivi, basati su soluzioni retoriche roboanti (il piano sequenza nella scena del party), su eclettiche contaminazioni musicali (da Sibelius a Renato Zero, da Vivaldi a “Da, da, da”), su bizzarri accostamenti visivi (il gatto nel palazzo del potere, lo skateboard e l’attentato a Falcone, l’apparizione di Moro nel cesso) o audiovisivi (la sequenza del bacio a Riina, la scena de “I migliori anni della nostra vita”, quest’ultima peraltro con un maldestro totale televisivo in scope). </p>
<p>L’accorpamento di questi modelli risulta di per sé molto discutibile, testimoniando del solito provincialismo italiano aduso ad affastellare acriticamente mode e tendenze dal jet-set culturale. Ma la cosa peggiore è che “Il divo” non ha nemmeno il coraggio di rimanere coerente fino in fondo con il suo grottesco impianto estetico di pastiche postmoderno, di sberleffo pop e di fantasticheria surreale, prestandosi in continuazione a massicce iniezioni di didascalismo nella tradizione dei più scialbi sceneggiati televisivi.</p>
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	<title>Disobbedienza culturale</title>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>articoli</category><category>in evidenza</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>L’otto luglio di Piazza Navona ha segnato una svolta politica, rivelando definitivamente l’inadeguatezza del Partito Democratico a rappresentare le idee di una parte ragguardevole del suo elettorato, non più disposta a credere che il meno-peggio possa proteggerla dal peggio, e anzi ormai convinta che ne favorisca sempre più l’espansione. Ma l’otto luglio di Piazza Navona ha segnato anche una svolta culturale, mostrando che il deficit di rappresentanza non riguarda soltanto gli uomini politici, ma ugualmente gli artisti, gli intellettuali, i giornalisti, i professori. A essere in discussione, finalmente, non è soltanto una strategia politica, ma l’intero universo di discorso dell’informazione, dell’istruzione, dell’attività artistica e dell’opinione pubblica.   </p>
<p>Molte persone che non si riconoscono nel bipolarismo fra PD e PdL, rifiutano ugualmente l’alternativa rigida fra imprenditori arroganti e accademici saccenti, fra telegiornali cafoni e quotidiani paludati, fra spettacoli per mentecatti e opere d’arte per adepti. All’intransigenza verso la mancanza di contegno e di cultura si aggiunge un’insofferenza montante nei confronti del vuoto contegno e della vuota cultura. </p>
<p>Possiamo parlare in primo luogo del mondo del cinema, che è quello che conosciamo meglio e a cui si riferisce lo spazio di questa rubrica, ma il discorso si può estendere facilmente a una pluralità di altri campi. Il tratto distintivo della ricerca sul cinema di ambito accademico è il navigare a vista, trovandosi spesso a dover spacciare per mirabile teoria una sciocchezza scritta da un collega potente, a perdere tempo in ricerche prive di qualsiasi logica e di qualsiasi necessità, che vanno a sostanziare pubblicazioni che non leggerà nessuno, o convegni in cui non si dice nulla. Il tipico cattedratico tiene sì e no una cinquantina di ore di lezione all’anno, ma vive trincerato dietro una retorica dei mille impegni tipica di certi ministeriali che fanno le parole crociate e che ti tagliano la gola se gli chiedi un’informazione; in compenso si intrattiene volentieri a raccontare in privato le bestialità che gli studenti dicono agli esami, senza accorgersi che ne è egli stesso il principale responsabile. </p>
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	<title>Il seme della discordia secondo Bandirali e Terrone</title>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>articoli</category><category>Il seme della discordia secondo Bandirali e Terrone</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Una giovane donna con un marito sterile resta incinta senza sapere chi sia il padre, e cerca di scoprirlo. L’ambientazione nella Napoli modernista di Kenzo Tange, le manipolazioni cromatiche del veterano Ennio Guarnieri e il commento musicale dove imperversano i prelievi da Morricone e Bacalov (ma c’è anche “Canta ragazzina” di Mina), contribuiscono a trasportare la vicenda dal presente a un orizzonte astratto: un mondo narrativo segnato da ascendenze estetiche tardo sessantesche, ma sostanzialmente senza tempo, senza storia e quindi senza istituzioni, per cui a nessuno viene in mente di denunciare i crimini, né prima né dopo la scoperta dei colpevoli.  </p>
<p>Questa comunità tribale, anti-storica, si basa su una struttura matriarcale, dove le donne più anziane (le impostatissime Valeria Fabrizi, Isabella Ferrari) reggono le sorti della famiglia, mentre le più giovani (Martina Stella e le sue “clonnettes”) danzano e seducono senza remore. Al centro del gineceo c’è la protagonista (Caterina Murino, ben calata nella parte), che compie il suo percorso di formazione accettando il figlio di padre ignoto (dopo averlo simbolicamente abortito nella scena del lancio della carrozzina), e scoprendo la maternità nella sua natura di esperienza esclusivamente femminile, dove la funzione del maschio si riduce a mero accidente, a fertilizzante, a contrassegno (il neo, la ferita). </p>
<p><STRONG><EM><A href="http://www.sabinaguzzanti.it/?q=node/1388">Per terminare l&#8217;articolo, clicca qui</A></EM></STRONG></p>
 
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	<item>
	<title>La terra degli uomini rossi secondo Bandirali e Terrone</title>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>articoli</category><category>La terra degli uomini rossi secondo Bandirali e Terrone</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Nell’entroterra brasiliano, ai giorni nostri, una comunità di indigeni esce dalla riserva e occupa pacificamente un territorio di proprietà dei coloni bianchi. La prima parte del film mostra l’insostenibilità della vita nella riserva, che porta alcuni giovani indigeni al suicidio; la seconda parte racconta i tentativi di dissuasione dei coloni ma anche i legami che si instaurano fra uomini bianchi e “uomini rossi”; la terza parte è quella della reazione violenta del potere e della presa di coscienza, da parte degli indigeni, che solo violenza aiuta dove violenza regna. Il protagonista di questa traiettoria narrativa è un giovane apprendista sciamano che vive inizialmente con riluttanza il proprio dono di preveggenza, lasciandosi affascinare dalla figlia adolescente dei coloni, ma al momento opportuno troverà la forza per ribellarsi. </p>
<p>I momenti migliori del film sono il prologo e soprattutto l’epilogo, che ricorda il finale di Apocalypto. La sezione centrale rivela invece problemi macroscopici di drammaturgia, disperdendo lo sviluppo del conflitto in una pluralità di linee d’azione, alcune un po’ banali (la vicenda alla “Giulietta e Romeo”), altre poco motivate (il suicidio del ragazzo), altre insulse (tutta la parte nella villa dei coloni), altre ancora triviali (le disinibite indigene che seducono Claudio Santamaria). </p>
<p><STRONG><EM><A href="http://www.sabinaguzzanti.it/?q=node/1389">Per terminare l&#8217;articolo, clicca qui</A></EM></STRONG></p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20080929000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20080929000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20080929000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20080929000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Fsceneggiatura%2Finterventi%2F2008%2F09%2F339523.shtml"/></p>
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	<item>
	<title>Un giorno perfetto secondo Bandirali e Terrone</title>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>articoli</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Una donna importunata dall&#8217;ex-marito – bodyguard psicotico di un parlamentare con moglie teenager – vive una giornataccia in cui la licenziano da un call center, la stuprano in un canneto e infine le sterminano la famiglia. Ma la stessa giornata le fa anche il dono insperato di un&#8217;amicizia.<br />
Il plot dell&#8217;azione esteriore di “Un giorno perfetto” si risolve in un&#8217;esperienza tragica: il film si apre sui gesti di una madre protettiva e affettuosa, che bacia e abbraccia i figli, mentre la conclusione sancisce il fatto che non è riuscita a proteggerli (né ci ha provato con particolare convinzione: è abbastanza bizzarro che prima denunci l&#8217;ex-marito per la violenza sessuale, ma poi non sprechi una telefonata al 113 per comunicare che lo stesso ex-marito ha preso i figli e li ha di fatto sequestrati). Il plot interiore è affidato al racconto del passato, all&#8217;amore che non c&#8217;è più, ma non appare sviluppato; in compenso, i valori positivi del plot relazionale si impongono su tutto il resto: la donna fa amicizia con un&#8217;insegnante di sua figlia, e in una passeggiata romana notturna si apre, si racconta, si confida come non riesce a fare neanche con la madre. Insomma, non tutto il male viene per nuocere. </p>
<p><STRONG><EM><A href="http://www.sabinaguzzanti.it/?q=node/1390">Per terminare l&#8217;articolo, clicca qui</A></EM></STRONG></p>
 
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	<item>
	<title>Il papà di Giovanna secondo Bandirali e Terrone</title>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>articoli</category><category>Il papà di Giovanna secondo Bandirali e Terrone</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Negli anni del fascismo, un professore di liceo si prende cura della propria figlia psicolabile, che si è resa colpevole di omicidio, per cercare di darle un&#8217;esistenza con un minimo di felicità. Il film parte come un giallo di provincia e si chiude con un&#8217;allucinazione sentimentale: in mezzo, una rappresentazione della seconda guerra mondiale in linea con il revisionismo svaccato dei libri di Pansa e della fiction di Stato, da Sanguepazzo al Sangue dei vinti. La più solida intelaiatura del film è infatti quella ideologica, incarnata da personaggi come il fascista buono, anzi buonissimo (Ezio Greggio, che muore su un tram in corsa come Tom Cruise sulla metro in Collateral) e i partigiani cattivi, come si evince da una scena di fucilazione che è un calco da Il processo di Verona di Lizzani, con la sottile differenza che in quel film i fucilatori erano i nazisti mentre qui sono i partigiani. </p>
<p>&nbsp;</p>
<p><STRONG><EM><A href="http://www.sabinaguzzanti.it/?q=node/1490">Per temrinare l&#8217;articolo, clicca qui</A></EM></STRONG></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
 
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	<title>The Eternity Man</title>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>archivio_recensioni</category><category>The Eternity Man di Julien Temple</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><STRONG>The Eternity Man<br />
</STRONG>di Julien Temple</p>
<p>Con Grant Doyle, Christa Hughes, Lara Mulcahy, Lucy Maunder, Katrina Retallick, Naomi Johns. Genere Drammatico, 63 minuti. - Produzione Australia 2008. </p>
<p>Se liberta’ vuol dire anche anarchia, e’ anche vero che, voltairianamente, la liberta’ di ognuno finisce dove inizia quella dell’altro. L’opera lirica scritta da Dorothy Porter (gia’ autrice, tempo fa, di un antiquato e ridondante poema in versi) con le musiche di Jonathan Mills, che narra della vera storia di Arthur Stace, veterano australiano della Prima Guerra Mondiale che, dedito all’alcoolismo, vagava per le strade di Sidney scrivendo ovunque la parola “eternità&#8221; senza mai essere scoperto per quasi 40 anni, e’ di per se’ opulenta e difficilmente digeribile; portata sullo schermo, puo’ sbalordire solo per la gamma cromatica con cui Temple, ex videoclipparo della prima ora, colora le varie scene, soprattutto quelle iniziali circensi e quelle finali dell’alba sulle scogliere. </p>
<p>Per il resto, si tratta di un attentato alla pazienza dello spettatore, con lunghe scene in cui il protagonista vaga di notte per le vie di Sidney, una musica eccessiva e monocorde e un canto recitativo in cui si fa fatica a distinguere le note.</p>
 
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	<description>The Eternity Man
di Julien Temple
Con Grant Doyle, Christa Hughes, Lara Mulcahy, Lucy Maunder, Katrina Retallick, Naomi Johns. Genere Drammatico, 63 minuti. - Produzione Australia 2008. 
Se liberta’[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Lezione 21</title>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>anteprime</category><category>Lezione 21 di Alessandro Baricco</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><STRONG>Lezione 21</STRONG><br />
di Alessandro Baricco</p>
<p>Con Noah Taylor, Clive Russell, John Hurt, Tim Barlow, Leonor Watling, Natalia Tena, Andy Gathergood, Daniel Tuite. Genere Drammatico, colore 92 minuti. - Produzione Italia 2008. - Distribuzione 01 Distribution </p>
<p>In <EM>Lezione 21</EM>, storia della nascita della Nona Sinfonia di Beethoven che segna l’esordio alla regia di Alessandro Baricco, si esprime la liberta’ di decidere come raccontare, pur non essendo un regista. Molti, ed io fra questi, attendevano lo scrittore al varco con i fucili spianati, un po’ per combattere, con snobismo da critico, il narcisismo baricchiano, un po’ timorosi di rivedere uno scempio come il <EM>Musikanten</EM> di Battiato del 2005. La prova, bisogna ammetterlo, e’ superata meglio del previsto. </p>
<p>Circondandosi di ottimi professionisti che lo supportano nella traduzione in immagini dei suoi pensieri, Baricco sceglie una narrazione quasi totalmente onirica, spaziando dalla descrizione di una mitica lezione universitaria tenuta dal genialoide prof. Kilroy, che ora vive tra clochard e delinquentelli in un bowling abbandonato, agli ultimi istanti di vita tra le nevi alpine di un violinista austriaco, tale Anton Peters, nel 1831, il tutto contrappuntato da pseudo-interviste a personaggi di inizio Ottocento contemporanei di Beethoven, che spiegano tecnicamente la genesi dell’opera. </p>
<p>Tra personaggi circensi che sembrano usciti da un film di Gilliam o di Herzog (con tanto di veliero fra i ghiacci, esplicita citazione di <EM>Fitzcarraldo</EM>), e momenti estatici alla Greenaway o alla Jarman, il film si dipana con inusitata leggerezza, concedendosi perfino una sottile autoironia e una scrittura veloce e lineare, senza insensati intellettualismi. Forse non del tutto riuscito nella parte piu’ “razionale” (il meeting degli ex universitari allievi di Killroy e’ ridondante e fuori fuoco), con un finale troppo lungo e meditativo e, questo si’, intellettualoide (l’incontro con la “Bellezza” e la danza su un lago ghiacciato con le ultime note di Beethoven), <EM>Lezione 21 </EM>e’ in ogni caso un’opera che affascina ed emoziona, forse anche in virtu’ della sua provenienza non cinematografica.</p>
 
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	<description>Lezione 21
di Alessandro Baricco
Con Noah Taylor, Clive Russell, John Hurt, Tim Barlow, Leonor Watling, Natalia Tena, Andy Gathergood, Daniel Tuite. Genere Drammatico, colore 92 minuti. - Produzione[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Dioses</title>
	<link>http://guide.supereva.it/sceneggiatura/interventi/2008/09/339506.shtml</link>
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	<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Heiko H. Caimi</dc:creator>
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    <category>archivio_recensioni</category><category>Dioses</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><STRONG>Dioses </STRONG><br />
di Josué Méndez</p>
<p>Con Maricielo Effio, Sergio Gjurinovic, Anahí de Cardenas, Edgar Saba. Genere Drammatico, 91 minuti. - Produzione Perù, Francia, Germania 2008. </p>
<p>La liberta’ di amare, di vivere, di scegliere si ritrova in <EM>Dioses</EM>, film peruviano (con coproduzione argentina) diretto da Josue’ Mendez, al suo secondo lungometraggio. La narrazione segue Diego e Andrea, fratello e sorella, rampolli di un industriale dell’acciaio anaffettivo e autoritario. I due giovani si annoiano tra il lusso della loro casa con servitu’ e i locali alla moda di Lima, ma se Andrea ha gia’ trovato una sua indipendenza con il lavoro di modella, Diego (segretamente, ma non troppo, innamorato della sorella) e’ attanagliato dall’ignavia e dai sensi di colpa. </p>
<p>Il ritratto di una societa’ decadente e corrotta nei sentimenti e nei valori, piu’ ancora che nel denaro, e’ spietato pur senza essere troppo crudele o retorico: il rischio di una caduta nella didascalia bella e buona c’è ad ogni scena, ma il regista sa tenere in mano l’impasto con piglio sicuro, concedendosi trovate registiche molto interessanti (un carrello laterale in fabbrica in cui si sovrappongono padre e figlio, movimenti di macchina leggeri e maestosi, un sottofinale con un lungo piano sequenza omnicomprensivo e di ottimo ritmo) e sostenendo i temi con una sceneggiatura praticamente perfetta e con interpreti adatti alla bisogna (soprattutto Anahi de Cardenas, nei panni della giovane Andrea).</p>
 
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	<description>Dioses 
di Josué Méndez
Con Maricielo Effio, Sergio Gjurinovic, Anahí de Cardenas, Edgar Saba. Genere Drammatico, 91 minuti. - Produzione Perù, Francia, Germania 2008. 
La liberta’ di amare, di[...]</description>
	
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