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ABC AFRICA

La recensione del film di Kiarostami del 2001. Di Marco Cavalleri


ABC AFRICA
di Abbas Kiarostami

Credits:

Titolo originale: Idem

Regia: Abbas Kiarostami

Genere: Documentario

Interpreti: A. Kiarostami, S. Samadian nella parte di loro stessi

Fotografia: S. Samadian

Montaggio: A. Kiarostami

Produzione: Iran, 2001

Distrisbuzione: BIM

Durata: 84′.

Nel marzo 2000 Abbas Kiarostami ricevette un fax dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), che gli chiedeva se volesse accettare di girare un documentario sulla sorte degli orfani dell’Uganda, che - a causa della guerra civile prima, dell’Aids poi - ammontavano ad oltre 1.600.000. Stima, oltretutto - per quanto gigantesca - assai prudente, visto che risaliva al censimento del 1991.

Il regista iraniano si rese immediatamente disponibile e soggiornò a lungo nel paese africano. Il risultato è questo A.B.C. Africa che, dopo il lusinghiero successo ottenuto a Cannes, approda ora sugli schermi italiani. Forse non nel momento più felice, visto che siamo sotto Natale e un’opera del genere non è proprio di quelle che possano reggere il confronto commerciale con i blockbuster prossimi venturi: per intanto ringraziamo la distribuzione per averlo reso disponibile, e cerchiamo - non foss’altro per un atto di civiltà - di vederlo. Che Kiarostami sia un maestro - nonostante le ironie che spesso accompagnano le sue pellicole, portatrici di un cinema davvero troppo altro per i gusti dello spettatore medio - è indubitabile.

Ma va anche riconosciuto che la sua parabola ascendente - come quella del cinema iraniano, ormai spesso ridotto a maniera di cinema, non diversamente da quanto è accaduto con altre cinematografie esotiche - sembrava essersi interrotta con Il gusto della ciliegia. Da lì in avanti un film bello ma non all’altezza dei suoi lavori migliori, Il vento ci porterà con sé, e poi un lungo silenzio: quasi che l’autore pensasse davvero, come aveva dichiarato a Venezia in occasione della presentazione del titolo citato, di aver esaurito la propria creatività. Per fortuna i ritiri sono fatti per essere smentiti, e nel frattempo la mano è rimasta.


A.B.C. Africa
sarà anche “solo” un documentario (genere negletto per eccellenza e quasi mai visibile) ma testimonia una tensione morale e una pulizia di racconto come se ne trovano raramente nel cinema odierno. Pulizia che, attenzione, non significa affatto mero affastellarsi di sequenze o rinuncia all’intervento di montaggio. Il regista iraniano sa benissimo che il mero filmare non significa affatto testimoniare, e non esita a ricorrere a una sorta di sceneggiatura che dia più forza alle immagini: basti vedere l’impressionante sequenza della stanza d’ospedale dove vengono assistiti i bambini infettati dall’Hiv. Sequenza apparentemente casuale - sembra quasi sia frutto di una repentina scoperta da parte della troupe - in realtà preparata da un Kiarostami che per l’occasione si è posto anche dall’altra parte della m.d.p. Davanti agli occhi sfila il quadro impressionante di una terra allo stremo, dove la morte è di casa e dove anche coloro che si prodigano per aiutare la popolazione sono al contempo tra i maggiori responsabili della diffusione del morbo col loro ostinato rifiuto di acconsentire all’uso del preservativo. Ma il tutto resta affidato non a una facile retorica, bensì alla forza della visione: basti pensare al dettaglio incongruo del cartellone pubblicitario di un condom, dove le parziale nudità dei modelli è coperta da un telo, che rende meglio di mille parole l’ambivalenza della posizione della chiesa cattolica in Africa. E così, mantenendo tutte le apparenze di un lavoro su - per quanto degnissima -commissione, Kiarostami impartisce un’ulteriore lezione di etica del cinema quali se ne vedono di rado. Motivo più che sufficiente, direi, per andare a vederlo.

Marco Cavalleri