Rosa Bianca, La - (La Rosa Bianca)

un’opera più nobile che realmente ispirata, questa di Marc Rothemund; di quelle più adatte alle scuole che al grande pubblico. Recensione di MARCO CAVALLERI

LA ROSA BIANCA – SOPHIE SCHOLL
di Marc Rothemund









recensione di
MARCO CAVALLERI
 
 

credits

Tit. or.: Sophie Scholl – Die Letzten tage
Regia: Marc Rothemund
Scenegg.: F. Breinersdorfer
Int.: J. Jentsch, A. Held, F. Hinrichs, J. Gastdorf
Fotogr.: M. Langer
Mont.: H. Funck
Musica: J. Klimek, R. Heil
Prod.: Germania, 2005
Distrib.: istituto Luce
Durata: 117’.

 

Il 18 febbraio 1943 i fratelli Hans e Sophie Scholl, studenti presso l’università di Monaco, vengono arrestati mentre distribuiscono volantini che criticano il progetto di guerra totale di Hitler. Interrogata dall’ufficiale della Gestapo Robert Mohr, Sophie sembra vicina a cavarsela: ma quando una perquisizione nel loro appartamento dimostra che i due fanno parte di un’organizzazione antinazista nota come “La Rosa Bianca”, già responsabile di analoghi volantinaggi in altre città tedesche, il suo destino è segnato. A meno che, suggerisce lo stesso inquisitore (che ha un figlio della stessa età e forse desidererebbe salvarla), Sophie non si tiri fuori addossando ogni responsabilità ai membri maschili del gruppo e rinnegando i propri ideali. La ragazza rifiuta. Il 22 dello stesso mese, dopo un processo – farsa, verrà decapitata insieme ad Hans.
La Rosa Bianca – in realtà gruppo studentesco fragilissimo, tanto da scomparire dopo l’episodio di Monaco – ha però un’importanza assolutamente unica nell’immaginario se non proprio nella storia tedesca, visto che si trattò dell’unica organizzazione a proporre una resistenza non violenta al nazismo. Logico che sul tema si siano già succeduti diverse pellicole: e appropriato, visto l’attuale ritorno di interesse della Germania per la pagina più oscura della sua storia (basti ricordare lo straordinario successo di La caduta), che qualcuno decida di proporne un’ulteriore versione per lo schermo. Lo fa Marc Rothemund, regista poco noto da noi ma già omaggiato di una Camera d’Or, ottenendo un notevolissimo successo: candidatura all’Oscar prossimo venturo e, quel che più conta, premio per la miglior attrice e per la miglior regia all’ultimo festival di Berlino. Riconosciuto per principio che film del genere sono sempre quantomeno utili, va però detto che se il primo dei due allori appare incontestabile – presumo che della Jentsch sentiremo parlare spesso in futuro – il secondo appare quantomeno dubbio: e l’operazione nel suo complesso più necessaria che convincente, condizionata com’è dal didatticismo che la permea. Si potrebbe obiettare che – di fronte a temi del genere – il didatticismo appare una scelta obbligata: e se lo stesso venisse inteso nei modi rosselliniani del termine saremmo del tutto d’accordo. Peccato che lo sforzo in questa direzione – testimoniato dal fatto che la pellicola si basa in larga parte proprio sui verbali di interrogatorio recentemente ritrovati – si areni a un certo punto a vantaggio (si fa per dire) di una più facile ma anche meno stimolante retorica visivo/narrativa. Che ha il torto di voler illustrare i fatti fino alla minuzia (e talvolta fino al pecoreccio: il finale, schermo nero col rumore delle teste che cadono, è a esser buoni inutile) senza però operare una scelta, di interesse se non proprio di valore, del materiale del racconto. Che o s’impone da sé – è il caso del duello psicologico tra Sophie e Mohr, reso benissimo da un sapiente utilizzo del campo/controcampo e vero nucleo ideologico del film – o si esaurisce in fatti e fatterelli cui il regista per primo non sembra attribuire importanza (basti vedere il rapporto tra Sophie e la compagna di cella, già al centro di una bella pellicola di Percy Adlon, qui risolto in qualche sbrigativo e risaputo scambio di battute). Ne risulta un’opera più nobile che realmente ispirata, di quelle per intenderci più adatte alle scuole che al grande pubblico. Il che non è certo un difetto: ma nemmeno un pregio assoluto.

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