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A history of violence

Un’opera, quella di Cronenberg, girata magnificamente e magnificamente interpretata. Recensione di MARCO CAVALLERI

A HISTORY OF VIOLENCE
di David Cronenberg









recensione di
MARCO CAVALLERI

credits

Tit. Or.: A history of violence
Regia: David Cronenberg
Scenegg.: J. Olson
Int.: V. Mortensen, M. Bello, E. Harris, W. Hurt
Fotogr.: P. Sushitzky
Mont.: R. Sanders
Musica: H. Shore
Prod.: Usa, 2005
Distrib.: 01 Distribution
Durata: 96’.

 

Tom Stall vive una vita che sembra tratta di peso da una tavola di Norman Rockwell: ha una bella famiglia, è amato dalla piccola comunità in cui vive e gestisce la locale caffetteria. Quando però due balordi già colpevoli di efferati omicidi irrompono nel suo locale minacciando una strage reagisce eliminandoli. Logico che diventi l’eroe locale e si guadagni una qualche notorietà televisiva: meno logico che tre brutti ceffi implicati nel crimine organizzato dicano di averlo riconosciuto come Joey Cusack, fratello di un capo – clan di Philadelphia e spietato assassino. Mero scambio di persona? Tom, confortato dall’amore della moglie, si affanna a sostenerlo: ma il susseguirsi degli avvenimenti provoca crepe sempre maggiori nella sua linea difensiva. E mentre tutta la famiglia sembra farsi contagiare da un’inspiegabile attitudine alla violenza, la sua reale identità appare sempre più misteriosa…

 

Presentato a Cannes 2005, A history of violence – ultima fatica di Cronenberg dopo un lungo silenzio – sembrò a lungo in lizza tra i papabili per il premio maggiore. Non ottenne nulla: ma gli incassi americani insolitamente buoni e un’ottima accoglienza critica sfociata nella candidatura a due Golden Globe testimoniamo di un rinnovato interesse per il geniale regista canadese, caduto in disgrazia sull’altra sponda dell’Atlantico dopo l’esperimento affascinante quanto ostico di Crash. Successo meritato? In gran parte sì: ma, se il film vale senz’altro la visita, rimane qualche dubbio che non si sia di fronte al capolavoro annunciato, forse per un eccesso di ambizioni rispetto al risultato possibile. Ambizioni chiarissime fin dal titolo: non una semplice storia (story) ma addirittura una history della violenza, non un racconto ma un saggio che è al contempo apologo sull’irrefrenabile istinto alla violenza proprio dell’essere umano. Istinto che può essere rifiutato razionalmente fino alla negazione da parte del conscio (Tom che letteralmente oblitera la sua precedente personalità) ma che è inevitabilmente destinato a riemergere alla prima occasione. Tanto più se le occasioni sono insite a una società che vi ha rinunciato solo apparentemente – ipocritamente sarebbe forse più esatto – ma in realtà ne è permeata a tutti i livelli. E, una volta che l’irrompere casuale di un elemento perturbante (i due rapinatori/assassini, cui giustamente è concessa la folgorante apertura della pellicola nonostante il peso narrativo modesto all’interno della vicenda) abbia permesso l’apertura del vaso di Pandora, l’unica conseguenza logicamente possibile è l’escalation dalla legittima difesa al massacro puro e semplice, più o meno giustificato dai fatti (l’uccisione del fratello crudele ma ormai indifeso da parte di Tom/Joey è in questo senso brutalmente significativa). Discorso che non sarebbe dispiaciuto a un Kubrick, delle cui ossessioni Cronenberg sembra qui farsi continuatore ed esegeta.

 

E a livello registico siamo di fronte a un’opera perfetta, che fa della concisione e della necessità (non c’è una sola inquadratura inutile allo sviluppo narrativo/contenutistico) una scelta di poetica prima ancora che narrativa. Tanto da far pensare, oltre al già citato Kubrick, all’inesorabilità che Truffaut riconosceva come tratto distintivo del cinema di Fritz Lang. Eppure qualcosa non convince del tutto, soprattutto a livello di una sceneggiatura che – tratta dall’ omonima graphic novel di Wagner e Locke – sembra accontentarsi di riproporla pari pari senza tener conto dello specifico cinematografico. Cadendo nel vecchio errore di non tener conto della differenza tra i due media, per cui quello che è concesso al fumetto in termini di libera associazione tra vignette e rilettura è spesso impossibile sullo schermo. E, grande per almeno un’ora, l’opera perde quota in un finale fumettistico nel senso deteriore del termine, con l’incontro/scontro tra Richie e Joey risolto in uno stile pulp che non c’entra nulla con le premesse fin lì sviluppate. Trattasi di un difetto minore di fronte a un’opera girata magnificamente e magnificamente interpretata, con citazione a parte per i due vilains di Harris e Hurt. Ma pur sempre di difetto si tratta: allo spettatore verificare quanto incida sul godimento complessivo. Il che, in periodi di visioni sempre più omologate, può peraltro costituire un pur bizzarro titolo di merito.

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