Una certa idea della Francia

in diretta da San Sebastian, cosa piace e cosa no del cinema francese: "Je ne suis pas la pour être aime" e "L’ Enfer". Articolo di MARCO CAVALLERI

Puo’ piacere o no, ma alla fine - quando si parla di cinema europeo - si finisce inevitabilmente per andare a sbattere contro la Francia. Che, passate le stagioni migliori di qualche cinema per cosi’ dire eccentrico (e penso alla Germania degli anni ’70, alla Spagna della movida o alla breve esperienza del new cinema inglese), continua a confermarsi come pietra di paragone per un modo di fare cinema fortemente caratterizzato a livello nazionale ma capace anche di buoni o ottimi risultati all’estero. Tanto da suscitare reazioni e affermazioni qua e la’ bizzarre o idiosincratiche, riassumibili nel dittico “Adoro/detesto (a seconda degli interlocutori) il cinema francese”.

Va detto che la frase ha comunque un suo senso: e la coppia di film francesi proposti ieri - Je ne suis par la pour etre aime del quasi debuttante Stephane Brize’ e L’Enfer di quel Denis Tanovic che stupi’ il mondo col bellissimo No man’s land - lo esemplifica al meglio. Essendo il primo delizioso, il secondo fastidiosissimo.

Nel raccontare la storia di Jean Claude Dersalt ,ufficiale giudiziario sulla cinquantina disguistato del proprio lavoro, vessato da un padre tiranno e preoccupato per un figlio interessato a tutt’altro che non a proseguire la professione paterna, che conosce un tardivo e complicato innamoramento per la compagna del corso di tango da lui frequentato Francoise, ahime’ molto piu’ giovane e prossima a sposarsi, Brize’ fa tesoro della lezione del miglior Leconte. Sceneggiatura in punta di penna, capace di dare smalto anche a pause e tempi morti. Dialoghi pressoche’ perfetti e tramati da un umorismo sottile (si veda solo la scena - irresistibile - in cui Jean Claude si reca in profumeria per comprare un regalo per Francoise). Attori in stato di grazia, con un protagonista maschile - il misuratissimo Patrick Chesnais, un Jean Rochefort piu’ giovane ma non meno sornione - cui non e’ impossibile vaticinare un premio. E, last but not least, una regia pulita ma di metronomica perfezione, dove ogni movimento della macchina da presa risponde - se non a una necessita’ - a una precisa scelta narrativa. Si dira’ che andiamo comunque sul leggero: vero, ma di quella leggerezza tutt’altro che priva di significato che e’ sempre piu’ raro incontrare sugli schermi odierni e che fa solo piacere ritrovare. E pensare che il regista manifesta una cosi’ completa padronanza della materia pur essendo soltanto al secondo lungometraggio fa pensare che possa essere nato un iccolo autore.

Andiamo invece decisamente sul pesante con L’Enfer di Tanovic. Tre sorelle parigine le cui disgrazie sentimentali - Celine vive sola e rivolge tutte le proprie attenzioni alla madre inferma ricoverata in ospizio, Sophie viene tradita dal marito, Anne ama il professore universitario padre della sua migliore amica e ne resta incinta proprio quando lui si e’ deciso a lasciarla - sembrano dipendere dall’infanzia. Piu’ precisamente dal fatto che il padre venne arrestato con l’accusa di pedofilia e, una volta uscito dal carcere, si suicido’ dopo una violentissima lite con la moglie. Ma l’incontro tra Celine e il giovane Sebastien, con le rivelazioni da parte di quest’ultimo su cosa accadde veramente, costringera’ le protagoniste a rivedere drasticamente passato e presente.

La trama sarebbe interessante, e non a caso la sceneggiatura e’ del grande collaboratore di Kieslowski Krzysztof Piesiewicz: del resto il film fa parte di quella trilogia dedicata alla Divina Commedia che il grande cineasta polacco non pote’ nemmeno inizare. Ma possiamo immaginare che l’autore del Decalogo avrebbe avuto tutt’altro approccio al tema. Qui si va su quel cinema di significato che si pretende tale a prescindere dall’effettiva resa: e, tra situazioni improbabili e di pesante didscalicita’, dialoghi irritanti, recitazione fintamente ieratica e regia francamente esornativa, le cui bellurie sono tanto tecnicamente perfette quanto sostanzialmente inutili, dopo un po’ lo spettatore si ritrova a scegliere tra noia e irritazione. Adatto a un dibattito salottiero piu’ che realmente ispirato, L’enfer si iscrive purtroppo alla categoria di quei film d’autore dove il film latita, e l’autore - dopo un po’ - pure.

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