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Il labirinto del fauno

E’ possibile, in un contesto storico e sociale che di fatto reprime l’innocenza e l’infanzia, riuscire a coltivare queste due caratteristiche fondamentali? Del Toro, raccontando la tragica storia di Ofélia, bimba strappata al gioco dell’infanzia da un patrigno sadico e repressivo, risponde in modo positivo e con veemenza all’interrogativo.

“IL LABIRINTO DEL FAUNO”

DI GUILLERMO DEL TORO

 

 

Una fiaba nera

 

 

C’era una volta, tanto tempo fa, un regno sotterraneo; la principessa di questo reame, stufa dell’oscurità sottsuolo, sfugge ai suoi guardiani e scappa in superficie. Così facendo perde la sua immortalità, invecchia e muore. Da allora la leggenda narra che lo spirito della principessa rinascerà in un corpo umano e dovrà superare tre prove per perdere la sua mortalità e tornare nel regno sotterraneo dove il re suo padre la attende da tempo immemore.
 
Metafora di tutti i bambini la cui infanzia è stata depredata dagli adulti, e gettata nell’inferno della guerra. Il fantasy, come genere, è assolutamente funzionale alla trasposizione allegorica della realtà quotidiana, della cronaca.
Un film riuscito che, inspiegabilmente, non ha ottenuto il successo che meritava


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