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La cura del Gorilla

Un film modesto, anzi modestissimo, che neanche Bisio e Borgnine riscono a salvare. Recensione di Heiko H. Caimi

La cura del gorilla
di Carlo A. Sigon

Titolo originale: La cura del gorilla
Nazione: Italia
Anno: 2005
Genere: Commedia
Durata: 104′
Regia: Carlo A. Sigon
Interpreti: Claudio Bisio, Ernest Borgnine, Stefania Rocca, Guido Ruberto, Fabio Camilli, Gigio Alberti
Produzione: Maurizio Totti
Distribuzione: Warner Bros

Sandrone, detto il Gorilla (Claudio Bisio), soffre sin da bambino di una particolare forma di sdoppiamento della personalità. Nel suo corpo vivono infatti due persone: la prima, Sandrone, è bonaria, cialtrona e ironica, tanto quanto la seconda, il Socio, è razionale, fredda, violenta. Per la paura di finire in manicomio, Sandrone ha perciò deciso di passare la sua vita nell’ombra, guadagnandosi il pane come investigatore senza licenza. La sua malattia, infatti, lo ha reso incapace di dormire, e l’insonnia perenne è perfetta per lavori di sorveglianza e pedinamento.

Dopo l’ennesimo ricovero ospedaliero, pugnalato da un serial killer, Sandrone decide di accettare un lavoro più tranquillo: fare da accompagnatore a un vecchio attore americano dimenticato da tutti (Ernest Borgine), in Italia per fare da guest star a una convention. Ma mentre esegue di malavoglia il suo compito, Sandrone si trova a dover aiutare una ragazza (Stefania Rocca) cui hanno ucciso il fidanzato. Troppo, per un uomo solo. Per fortuna sono in due, lui e il suo Socio…

La trama, apparentemente accattivante, trova difficoltà a svilupparsi in maniera convincente, sospesa com’è tra un registro grottesco ed uno drammatico che non riescono a trovare equilibrio tra loro. E il noir, che fa capolino qua e là, come pure l’hard-boiled, tentato nei dialoghi, non fanno che confondere le acque rendendo confusa una storia che sarebbe stata meglio servita da una connotazione precisa. Il tutto complicato da una sottotrama a sfondo sociale e dal tentaivo di rendere frizzanti alcune situazioni con battute da commedia italo-americana.

Un tentativo malriuscito, quello di Sigon, nel quale si notano tutti i limiti delle origini professionali del regista, specializzato in spot pubblicitari, e che resta alla superficie di tutto senza mai riuscire a dare sostanza alla storia narrata. La fotografia è curatissima, non così la sceneggiatura (scritta insieme all’auotre del romanzo da cui è tratta la pellicola, Sandrone Dazieri) e la recitazione.

Bisio è totalmente inadeguato a rendere la figura del doppio (quando “cambia” rimane identico, e non basta un’espressione del volto forzatamente ingrugnata amigliorare le cose), e non riesce a trovare equilibrio in un ruolo diverso da quelli cui è abituato: mancando il registro comico, l’attore appare completamente spaesato, e per quanto si sforzi non ci regala una prova convincente.

Stefania Rocca appare sempre uguale a se stessa, e l’unico momento di emozione che riesce a dare è nei pochi secondi in cui appare completamente nuda.

La voce fuori campo è a volte insopportabile, sia nel suo tono eccessivamente dimesso, sia nell’infelice scelta di usarla per coprire alcuni dialoghi (primo fra tutti la confessione del meccanico interpretato da Bebo Storti, attore sprecatissimo nella parte che gli è stata assegnata).

Gigio Alberti e Antonio Catania non fanno che replicare se stessi, incapaci, certo grazie anche a Signon, di uscire dai soliti ruoli.

Il tema degli immigrati clandestini, che vorrebbe arricchire la trama con un sottofondo sociale, è trattato in maniera talmente superficiale e convenzionale da risultare pretestuosa, mentre con un minimo di attenzione in più avrebbe fornito un contesto credibile a una storia estremamente traballante.

Più che di rinascita del poliziesco all’italiana, come hanno scritto alcuni, si tratta di un affossamento definitivo del genere, assai meglio servito da registi ben più dotati quali, fra tutti, Riccardo Freda e Umberto Lenzi. Ma anche Sergio Martino avrebbe maneggiato meglio il materiale a disposizione.

Imperdibile, per altro, la presenza di un ultra novantenne Ernest Borgnine che, come il suo personaggio nel film, non molla mai e dà ancora ottime prove si sé. Ma non basta per salvare una pellicola inutile che conferma, ancora una volta, la vuotezza del cinema italiano di questi anni.