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L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford

Un film intenso e coinvolgente. Ma in filigrana, il West è ricondotto alla sua dimensione di società dello spettacolo, con la sua capacità affabulatoria e il suo consumismo del divismo. Recensione di Davide Verazzani

(The Assassination of Jesse James By the Coward Robert Ford)
Un film di Andrew Dominik. Con Brad Pitt, Casey Affleck, Sam Shepard, Mary-Louise Parker, Paul Schneider, Jeremy Renner, Zooey Deschanel, Sam Rockwell, Garret Dillahunt. Genere Azione, colore - Produzione USA 2006.

 

La banda di Jesse James è allo sbando. Per le sue rapine il celebre fuorilegge deve ricorrere a rubagalline raccogliticci, nessuno che valga un soldo bucato, tutti pronti a tradirlo per la taglia che pesa sulla sua testa. Gli unici con i quali Jesse instaura un rapporto più complesso sono i fratelli Ford, Charley e Robert. Quest’ultimo, il più giovane, nutre fin da bambino un’autentica ossessione per il bandito: colleziona e legge tutti i romanzi pubblicati su di lui, ne cerca il consenso, lo imita in pose e atteggiamenti. Anzi, piuttosto che essere come lui, vorrebbe essere lui. Jesse, però, è ombroso, sospettoso, incline ad attacchi d’ira repentini per quanto violentissimi, il loro è un rapporto d’amore e odio che oscilla continuamente tra paura, prevaricazione e rancore. È quasi un atto di legittima difesa e liberazione quello che porta i due fratelli (Robert, nello specifico) a sparare alle spalle al loro compagno. L’assassinio e la conseguente fama non porterà fortuna ai due fratelli Ford…

 

Poco ma sicuro. Già a guardare la prolissità del titolo, uno si può immaginare come potrà essere un film di 155 minuti che tratta dell’ultimo periodo della vita del più famoso fuorilegge del Missouri e del vigliacco, nella vulgata tradizionale, che gli sparò alle spalle (e che per questo finì a sua volta sparato da qualcun altro in cerca di facile fama). Ragion per cui si astengano tutti coloro che, parafrasando Howard Hawks, preferiscono vedere un bandito morto e sepolto nel tempo in cui Sergio Leone sta ancora facendo scorrere i titoli di testa. La dimensione del film di Andrew Dominik – che deve avere un po’ il chiodo per i malviventi: il suo primo lungometraggio, Chopper, era incentrato sulla figura del criminale australiano Chopper Read – è permeata di tempi lunghi, effetti flou e straniamento, squarci lirici su un paesaggio misterioso e criptico, sguardi stuporosi e dialoghi stralunati proferiti da disadattati del tessuto sociale. Il tutto commentato da una voce off che, tolta la dimensione magica del reale, congela la materia con uno sguardo distaccato e autoptico che ricorda vagamente quella del Favoloso mondo di Amélie di jeunetiana memoria. Il fermo immagine finale, invece, ancora una volta, rimanda al mortifero raggelamento della Storia già presente in Barry Lindon.

 

Eppure, va detto per chiarezza, non si creda che con questo si voglia dare un giudizio negativo della pellicola. Il film è sicuramente interessante ed intenso, più che bello o coinvolgente. È addirittura l’unico western che sembra naturalmente possibile dopo l’aggiornamento degli ultimi decenni di tematiche e stile narrativo nel cinema. È come se Dominik riprendesse il discorso lasciato in sospeso da un Malick o da un Penn, sciacquandolo nel fiume dei destini incrociati, all’indomani dello squarcio aperto dai Segreti di Brokeback Mountain (tutto, però, tra le righe). E così il film porta avanti, con una nuova dimensione psicologica, quello che già avevano trattato con diversa verve registi come Henry King, Samuel Fuller, Fritz Lang, Nicholas Ray, Walter Hill… L’unica che sembra possibile in un’epoca in cui la dimensione epica-avventurosa-escapistica del West è definitivamente tramontata oltre la collina all’orizzonte laggiù.

 

Ma è anche un film che tratta di un’ossessione: l’ossessione del fan nei confronti del divo, e l’intima consapevolezza del divo di sapere di essere idolatrato dal fan. In filigrana, il West è ricondotto alla sua dimensione di società dello spettacolo, con la sua capacità affabulatoria e il suo consumismo del divismo, anche con l’esibizione, il più delle volte macabra, degli stessi feticci adorati. E, se si dovesse cercare un’ulteriore analogia tra passato e presente, i cambi d’umore repentino, la paranoia e gli scatti di violenza del protagonista ricordano quelli da sindrome del reduce. Se Jesse James era, in effetti, un superstite della Guerra di Secessione, perché non vederlo come un taxi driver ante litteram e leggere il suo disagio-disadattamento come quello che, ieri, accadeva al ritorno del Vietnam e, oggi, dall’Iraq? – il film si ricollegherebbe così, inaspettatamente, con gli altri film americani che erano in concorso a Venezia: Redacted e In the Valley of Elah.

 

Intensità, si diceva. Un’intensità dovuta alla bravura del trio protagonista. Incredibili le prove di Brad Pitt (Jesse James), Casey Affleck (Robert Ford) e Sam Rockwell (Charley Ford): se uno dei premi del festival non dovesse cadere nel gruppo (con una particolare predilezione per l’ultimo), allora sarebbe vero che nel mondo non c’è giustizia. Cameo di Nick Cave che firma la musica e interpreta un menestrello che rischia di essere pistolettato.

 

In collaborazione con www.nouvellevague.eu