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Qualcuno volò sul nido del cuculo

Un film di commovente, struggente bellezza, ma anche una tagliente critica e un’allegoria feroce su una civiltà in cui non si riesce più a distinguere il malato di mente dal sano. Recensione di Luca Comanducci

Qualcuno volò sul nido del cuculo

di Milos Forman

(One Flew over the Cuckoo’s Nest) Con Jack Nicholson, Louise Fletcher, Brad Dourif, Danny DeVito, Christopher Lloyd, Will Sampson, Phil Roth, William Redfield, Michael Berryman, Peter Brocco, Dean R. Brooks, Alonzo Brown, Scatman Crothers, Mwako Cumbuka, William Duell, Josip Elic, Lan Fendors, Nathan George, Ken Kenny, Anjelica Huston. Genere Drammatico, colore 133 minuti. - Produzione USA 1975.

Miss Ratched governa con pugno di ferro e un soave sorriso il suo reparto, in un ospedale psichiatrico dell’Oregon. All’improvviso arriva McMurphy, un irlandese cocciuto, spavaldo, allegro e ribelle. Fra lui e la Grande Infermiera inizia subito un duello all’ultimo sangue. McMurphy risveglia gli altri pazienti ormai svuotati e avviliti dalle “terapie” e riesce a portare una ventata di umanità e calore.

QUALCUNO VOLO’ SUL NIDO DEL CUCULO (One Flew Over The Cuckoo’s Nest, regia di Milos Forman, 1975) assurge a pieno titolo a icona cinematografica del Ventesimo Secolo, nonché seconda pellicola in assoluto nella Storia della Settima Arte ad essersi aggiudicata le 5 statuette più prestigiose: Miglior Film (Milos Forman), Miglior Regia (Milos Forman), Migliore Sceneggiatura (Bo Goldman e Lawrence Hauben), Miglior Attore Protagonista (Jack Nicholson) e Migliore Attrice Protagonista (Louise Fletcher).

QUALCUNO VOLO’ SUL NIDO DEL CUCULO non è stato solamente un film di commovente, struggente bellezza, ma anche e soprattutto una magistrale, tagliente critica e un’allegoria cinicamente feroce su di una civiltà all’interno della quale, ad un certo punto, non si riesce più a distinguere il malato di mente dal sano.

Forman accentra egregiamente le proprie lucide e spietate visioni su di un contesto di ordinaria anormalità: la diversità vista come demone integratosi nella Società Moderna, sorta di cancro isolato per il quale non esiste una specifica cura: non lo si può né combattere né debellare.

I pazienti dell’Istituto Mentale dell’Oregon “testimoni” di questo film, non godono di un trattamento migliore rispetto ai criminali rinchiusi in una prigione: il sentimento di crudeltà e forte, e l’acida avversità nei loro confronti non appare granché dissimile. E’ in queste sottilissime circostanze che la follia rimane vittima di un (pre)giudizio imperdonabile: sembra essa stessa venire etichettata come un efferato crimine del quale vergognarsi e sentirsi umiliati, piuttosto che un semplice trauma esistenziale o terrificanti, oscure fasi di nera depressione incuneatasi nelle fragilissime menti di esseri umani particolarmente sensibili.

Indissolubile epicentro della pellicola non poteva è un Jack Nicholson che con il CUCULO avrebbe imposto in maniera perentoria e definitiva il suo inimitabile stile recitativo. Idealmente potremmo spezzare il film in due antitetiche fasi. La prima, dominata da un impagabile, sferzante istrionismo, ci permette di godere momenti di assoluto spasso e irriverenza: è Nicholson il filtro attraverso il quale si materializza un iconografico rovesciamento dei dogmi istituzionali, allora colonne portanti dell’establishment americano (e non solo). L’innata attitudine all’anarchia rivoluzionaria e destabilizzatrice di Nicholson/McMurphy è quanto di più concettualmente lontano dalle rigide, talvolta ferocemente ossessive imposizioni espresse dalla Direttrice dell’Ospedale Psichiatrico, un’efficacissima, glaciale Louise Fletcher (dott.sa Ratched): sono gli efferati, altamente drammatici scontri verbali tra i due principali antagonisti che costituiscono il cuore del film. Senza la presenza dell’inespugnabile autorità di Miss Ratched/Fletcher, il film sarebbe stato certamente ucciso, annichilito dalle geniali, imprevedibili impennate istrionico-recitative di Nicholson.

La seconda parte, al contrario, funge da perfetto contraltare alla prima: man mano che i secondi scorrono sull’orologio si comincia a percepire, sempre più ingombrante, un’atmosfera tersa e impregnata di diabolica tensione. La carica goliardica di McMurphy si spegne gradualmente, e lascia spazio a una drammaticità spiazzante e dai tratti sadici e sinistri, che avrà come epilogo la terrificante scena del suicidio di Bill Bibbitt e il conseguente assalto di McMurphy ai danni di una impassibilmente disumana Miss Ratched.

Il fotogramma finale raffigura Randall McMurphy lobotomizzato, trucidamente privato di ogni facoltà intellettiva, barbaramente spogliato delle sue oramai così caratteristiche accelerazioni mentali: il suo splendido carisma, unito a un’irrefrenabile carica adrenalinica, è stato frantumato dall’insensibilità’ di un Sistema che sembra fare dell’elettroshock una soluzione infallibile per reprimere, nella maniera più brutale e criminale, tutti quei diversi che hanno lottato più del normale al fine di ritagliarsi un piccolo pezzo di mondo da custodire.

La pellicola di Forman offre un’ampia gamma di sentimenti contrastanti: non solo la visione antitetica iconizzata dal dualismo Ratched-McMurphy ma, non meno significativi, gli impietosi quadretti sull’inedaguatezza della psichiatria moderna nel saper affrontare correttamente un dramma eterno come quello della pazzia. L’immagine che il capolavoro di Forman vorrebbe trasmettere al pubblico è quella di un’incalcolabile impotenza, dettata dall’arroganza e dall’acida supponenza di cui molti, troppi medici continuano a macchiarsi ai danni dei più deboli, ovvero noi cosiddetti malati di mente, autentici dissociati e incontrastati paladini della follia. Ne scaturiscono uno spaccato colmo di decadenza e un lugubre, oscuro abbandono alla dispersione di ogni scintilla di umanità. Lo spegnimento cerebrale di McMurphy è un estremo simbolo di anti-utopia e di gelida rassegnazione, l’ennesima sconfitta di un uomo che ha saputo coraggiosamente combattere contro lo scetticismo e l’ottusità di un mondo dal quale non si è mai sentito accettato, e verso cui ha provato sino a quel momento un sentimento di totale, sprezzante avversione.

Ma proprio quella meravigliosa utopia che sembrava irrimediabilmente svanita, per un brevissimo attimo riappare: il gesto, iconoclasta e struggente nella sua commovenza, del Grande Capo Indiano che con tutta la disperazione che ha in corpo sradica il lavandino di uno dei bagni dell’Istituto per liberare McMurphy e infine fuggire insieme a lui dal manicomio riaccende, seppur fugacemente, una scintilla di speranza, lasciando lo spettatore sospeso e oscillante nell’aspettativa, miracolosamente rinata, di poter riabbracciare, anche solo per una volta, quel briciolo di umanità che va facendosi sempre più raro.

E anche lo spettatore, inevitabilmente, si sente un po’ il Randall McMurphy della situazione, disperso nel mare di ignoranza e di insensibilità della civiltà moderna e incapace di poter democraticamente manifestare la propria opinione e la propria esuberanza senza venire criminosamente accusato.

Luca Comanducci (http://www.lucacomanducci.com/)