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Berlinale: il terzo giorno

Il sabato – vuole la tradizione festivaliera – dovrebbe essere giorno grasso, ricco di appuntamenti e titoli attesi.

Il sabato – vuole la tradizione festivaliera – dovrebbe essere giorno grasso, ricco di appuntamenti e titoli attesi. Dovrebbe, per l’appunto: ma Berlino, non credo per snobismo, ci propone una giornata piuttosto opaca, di quelle dove -per capirci – il bello o il buono van cercati altrove rispetto al concorso. Che doveva, almeno in teoria, trovare il titolo forte in Julia di Erick Zonca, redivivo dopo il sopravvalutatissimo (ma pure assai amato da alcuni) La vita sognata degli angeli. Non che sia certo, ma a giudicare dalle reazioni in sala appare probabile che il partito dei non estimatori sia cresciuto, e di molto.

Il problema vero di Zonca non risiede nella tecnica, quanto piuttosto nella presunzione di avere delle cose originali da dire: ma di originale qui non c’ė quasi nulla, e quel pochissimo suscita irritazione. Partendo come film vagamente psicologico, Julia imbocca la strada del thriller per poi scivolare in un simil documentarismo e chiudersi sul modello di Gloria del compianto Cassavetes, probabile nume tutelare dell’intera operazione.

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