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La Gabbia di Cristallo

Tensione appena percepibile, attori che recitano al minimo sindacale, regia frettolosa. Recensione di Giordano Meraviglia

La Gabbia di Cristallo

di Rodney Gibbson

(Captive) Con Michael Ironside, Erika Eleniak, Catherine Colvey, Adrienne Ironside. Genere Thriller, colore 87 minuti. - Produzione USA 1998

Sam, una giovane modella, ha appena sposato l’uomo dei suoi sogni, il ricco e affascinante Sal. Ma durante la prima notte di nozze Sal è brutalmente assassinato da uno sconosciuto assalitore. In preda ai sensi di colpa, Sam tenta il suicidio e suo cognato Joel, nominandosi suo tutore, la convince ad entrare in una lussuosa casa di riposo, il Dinel Institute. Ben presto, però, Sam scopre che il Dinel Institute è una clinica psichiatrica. Sam cerca di reagire alle ingiustizie che vengono commesse all’interno dell’istituto ma viene catalogata come una donna sull’orlo della pazzia, pericolosa per sé e per gli altri, ed è costretta a restare in clinica contro il sud volere. Drogata, perseguitata e sola, Sam comprende di essere coinvolta in un gioco mortale che ha in palio la cospicua eredità del marito e dovrà scoprire il responsabile del suo isolamento.

Le premesse per un thriller di discreta fattura ci sono tutte, e Michael Ironside dovrebbe essere un attore di buon richiamo. Peccato che la sceneggiatura (di Richard Stanford e Stephen Maynard) sia infarcita di banalità, e che il tema della reclusione nelle case di cura sia poco più che un pretesto per creare tensione. A quando un film drammatico su questo argomento, che affronti di petto il problema?

Uno dei vizi principali del cinema americano degli ultimi anni è quello, nella maggior parte dei casi, di usare temi importanti soltanto come spunto per costruire thriller o action-movie, senza nemmeno approfittare dell’occasione per unire alla suspence una graffiante critica del fenomeno-pretesto. E questo filmetto, ulteriormente mutilato da una regia scipita e da un Ironside decisamente poco convinto (con l’aria di recitare soltanto per motivi alimentari), non si solleva dalla media delle produzioni televisive americane: tensione appena percepibile, attori che recitano al minimo sindacale, regia frettolosa, colonna sonora anonima e trama quanto più possibile banale.

Giordano Meraviglia