Questo sito contribuisce alla audience di

John Rambo

Una storia fuori tempo massimo, come già lo era Rambo III, patetica e ben lontana dall’eroe ribelle che Stallone aveva impersonato nella prima pellicola della serie. Recensione di Heiko H. Caimi

John Rambo

di Sylvester Stallone

(Rambo) Con Sylvester Stallone, Julie Benz, Paul Schulze, Matthew Marsden, Graham McTavish, Ken Howard, Rey Gallegos, Tim Kang, Jake La Botz. Genere Azione, colore 93 minuti. - Produzione USA, Germania 2008. - Distribuzione Buena Vista

John Rambo si nasconde in una sorta di ritorno monastico a Bangkok, dove raccoglie veleno di serpenti. In Thailandia viene ingaggiato da un gruppo di missionari cristiani perché faccia da scorta in una rischiosa missione umanitaria: portare aiuti alla popolazione birmana, che da molti anni è oppressa dal regime di Rangoon. Nel corso della missione alcuni uomini vengono catturati dall’esercito e Rambo dovrà reclutare sul posto un drappello di mercenari per salvare le loro vite: un’impresa apparentemente suicida.

John Rambo come John Wayne, il John Wayne imbolsito e crepuscolare degli ultimi film, con aspirazioni mai sopite alla “Berretti Verdi”. Ma un John Wayne al passo con i tempi, con un misticismo new age sopra le righe e una voglia di salvare il mondo che passa attraverso l’ideologia colonizzatrice dei presidenti Bush.

Uno storia fuori tempo massimo, come già lo era Rambo III, patetica e ben lontana dall’eroe ribelle che Stallone aveva impersonato nella prima pellicola della serie. Siamo sempre in una società nella quale la figura nell’eroe non è prevista, ed è quindi emarginata, rifiutata, rimossa, ma le analogie con il primo Rambo si fermano qui: John Rambo, più che un esule, sembra un reduce dall’Isola dei Famosi, con la solita bandana e la solita canottiera di sempre.

Le citazioni da altri film sono innumerevoli (si va da Apocalypse Now a Il Mucchio Selvaggio, dai Magnifici Sette a Gangster Story e a Frankenstein), e dimostrano la pochezza di una sceneggiatura che non sa mai uscire dallo stereotipo o dalla banalità, fornendo allo spettatore un deja-vu tanto nostalgico quanto prevedibile. Ma, nei tempi che attraversiamo, è questo ciò che si presume richiedano gli spettatori. Presunzione che non giova al film, poco più di un souvenir degli anni ottanta aggiornato alla spettacolarità di oggi.

Stallone è espressivo come Lou Ferrigno quando recitava Hulk, e ne imita le smorfi; non contento, si auto-dirige citando se stesso, quasi il suo personaggio fosse un maestro del pensiero occidentale (mentre lo spettatore Vorrebbe recuperare solo i soldi del biglietto). La filosofia profonda del suo personaggio passa attraverso perle di saggezza come “Vivere per niente, o morire per qualcosa”, “Hai la guerra nel sangue, e quando ti spingono, uccidere diventa facile come respirare” oppure “Non si può vivere tutta la vita sopra una sella, bisogna fermarsi da qualche parte” (che ci riporta ancora una volta a John Wayne).

Il film, inoltre, sfrutta commercialmente la strage dei monaci birmani, aprendosi su una scena da cinegiornale che biecamente ricorda quell’episodio per dare giustificazione ad un film che era stato concepito precedentemente. Che il regime birmano sia ingiusto e sanguinario non lo può negare nessuno, ma dare un sottofondo politico ad un film insulso e reazionario come questo è, per lo meno, moralmente eccepibile.

E, alla fine, il ritorno a casa tipico del paternalismo americano e la riappropriazione del proprio nome e della propria identità ci riportano ancora alla mitologia western del più classico eroe d’oltreoceano, quello impersonato in diecine e diecine di pellicole dal già citato John Wayne. Del quale, però, Stallone non ha né la statura attoriale né la dignità.

Heiko H. Caimi