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LOCARNO 2008 - 7 AGOSTO - NON DI SOLO PANE…

Come volevasi dimostrare, la pioggia si e’ accanita sulla prima serata del Festival... Articolo di Davide Verazzani

Come volevasi dimostrare, la pioggia si e’ accanita sulla prima serata del Festival. Dopo un’afa quasi milanese durante il giorno, al sopraggiungere della sera nubi minacciose sono scese dai monti che circondano Locarno e hanno inondato la Piazza Grande di gocce minuscole: non troppe, ma quanto e’ bastato per far fuggire gli spettatori della premiere. I quali, a dire il vero, non si sono persi granche’: Brideshead revisited, film di Julian Jarrold con cui si apriva la competizione denominata, appunto, Piazza Grande, e’ un polpettone in salsa melodrammatica di insulsa melensaggine e inopinata lungaggine.

A poco gli giova il fatto di essere tratto dall’omonimo e fortunato romanzo (gia’ presentato negli anni ’80 in tv e piu’ di recente a teatro) con cui Evelyn Waugh descrisse gli amori e i desideri repressi di due giovani nobili rampolli (Sebastian, effeminato e alcoolizzato bohemien, e Julia, affascinante e frigidamente altera) di una famiglia britannica degli anni ’30, retta da una madre bigotta e monolitica e scompaginata dall’amicizia di Sebastian con Charles Dyver, un giovane pittore laureando in storia: tutto, a partire dall’ambientazione (una villa decadente nella campagna inglese, i chiostri universitari, la Venezia misteriosa in cui si e’ rifugiato il padre dei due ragazzi per sfuggire alle ossessioni della moglie, il buen retiro marocchino del Sebastian malato d’amore), passando attraverso i volti degli attori, le parole sussurrate, gli sguardi ora languidi ora trepidi, le emozioni trattenute, sa irrimediabilmente di deja vu. E neppure la presenza di due grandi attrici come Emma Thompson (nei panni della terribile madre) e Greta Scacchi puo’ risollevare le sorti di una pellicola fortemente voluta dal regista (non nuovo a queste rivisitazioni romantice, visto che il suo precedente lungometraggio era il biopic di Jane Austen Becoming Jane, con Anne Hatahway e James McAvoy) ma fallimentare, purtroppo, nelle sue fondamenta.
Il tema religioso fa capolino anche nel secondo film di Piazza Grande presentato oggi a Locarno. Si tratta di Plus tard tu comprendras, ultima opera di Amos Gitai, che al Festival viene insignito del Pardo d’Onore alla carriera, gia’ presentata a Cannes lo scorso maggio. E’ un viaggio, ambientato nel 1987 durante il processo al nazista Klaus Barbie, nella memoria dell’Olocausto, svolto da un professionista parigino attraverso la ricerca sulle origini e la sorte dei nonni materni, in barba ai silenzi dolorosi e alle reticenze della madre malata (una splendida Jeanne Moreau). L’affanno del figlio, che non capisce come si sia potuto arrivare a tanto, contrasta con la rassegnazione della madre, che decide di affidare i suoi ricordi del periodo ai nipotini, perche’ ne abbiano memoria, all’insaputa del figlio, per poi morire finalmente in pace. Gitai gioca con la telecamera in insistiti piani sequenza che seguono gli attori nel girovagare fra le stanze in cui si svolge la vicenda, come un insetto appiccicato ai luoghi del ricordo senza possibilita’ di fuga, ma tale programmatica visione rende il film un razionale esercizio di stile, a volte perfino didascalico (come nelle sequenze che ripercorrono l’arresto dei nonni da parte delle SS) togliendo alle scene l’emozione del dolore e dell’accettazione del passato e rendendole, alla fine, parzialmente sterili.
Di fronte alle delusioni della Piazza Grande, almeno i due concorsi si sono aperti decentemente: uno, il Concorso Internazionale che assegna il Pardo d’Oro, addirittura col botto. Il film messicano Parque via , infatti, si candida con forza a vincere uno dei premi in palio. E’ la storia di Beto, il custode “indio” di una lussuosa villa disabitata a Citta’ del Messico. Da piu’ di 10 anni, vive solo nella casa, ricevendo solo le visite della Signora, una ricchissima donna anziana che sta cercando di vendere la villa custodita da Beto, e di Lupe, una prostituta che due volte la settimana gli vende un po’ d’amore. Quando la Signora gli comunica che la casa sara’ venduta, a Beto crolla il mondo addosso. Il tema della solitudine, del conseguente attaccamento al presente e ai pochi gesti abitudinari che giustificano un’esistenza ai margini (per Beto, il suono della televisione, le visite di Lupe, e poco altro), del rapporto fra ricchi e poveri basato sulla sudditanza psicologica ed economica e su una sostanziale estraneita’ nonostante le apparenze di gentilezza borghese, viene portato avanti con piglio documentaristico ma mai oppressivo dal regista Enrique Rivero, figlioccio d’arte (e si vede) della radicalita’ di Reygadas, anche grazie alla straordinaria interpretazione di Nolberto Coria, cui si rifa’ la vicenda e che, in pratica, recita se stesso. Le sue rughe profonde e le sue espressioni stranite ricordano la desolazione di chi non ha nulla da perdere, se non la propria anima, e meriterebbero davvero un premio.
Il concorso Cineasti del Presente, invece, si apre con il delicato ma fragile lungometraggio argentino El sueno del perro, un’elegiaca fiaba quasi senza parole in cui un giornalista percorre il viaggio interiore di elaborazione della perdita di moglie e figlio attraverso un lungo sogno in cui appaiono vecchi, cani, bambini e la magia dell’acqua di un fiume che scorre. La tenerezza con cui il regista Paulo Pecora segue la vicenda si sfilaccia in una lunghezza eccessiva e in ripetizioni ansiogene che irritano anziche’ appassionare. Restano la bellezza delle immagini e un finale di spettrale pace.

Davide Verazzani