Questo sito contribuisce alla audience di

LOCARNO 2008 - 8 AGOSTO - SI, VIAGGIARE

La frontiera italo-svizzera e’ forse l’unica europea in cui e’ rimasto quel misto di eccitazione e tremore di un tempo che fu... Articolo di Davide Verazzani

La frontiera italo-svizzera e’ forse l’unica europea in cui e’ rimasto quel misto di eccitazione e tremorE di un tempo che fu, in cui le lineE immaginarie che dividevano gli Stati l’uno dall’altro erano spartiacque precisi fra due mondi lontani, fra due universi paralleli forse destinati a incontrarsi davvero all’infinito e mai prima. Viaggiare fra Milano e Locarno e traversare la frontiera di Monte Olimpino riporta a ebbrezze da guerra fredda, da 007 de noantri, con finanzieri annoiati che ti fanno segno di passare e poliziotti cantonali che sembrano caratteristi di un film western a fissarti truci ma, sotto sotto, invidiosi; e i monti verdissimi che attraversiamo somigliano a un mondo differente in cui entrare di soppiatto, in punta di piedi, quasi con rispetto.

Il viaggio che gli anonimi protagonisti del film in concorso Nulle part terre promise, secondo lungometraggio del francese Emmanuel Finkiel (ex aiuto regista di Godard, Tavernier e Kieslowski), ha lo stesso sapore misterico e perfino iniziatico. Seguiamo tre personaggi che vagabondano per vari motivi per l’Europa: una studentessa un po’ svampita che filma clochard con sprezzo del pericolo e finisce a Budapest dove fa amicizia con una polacca, un dirigente di un’azienda francese anch’egli a Budapest per la vendita di alcuni macchinari, un gruppo di clandestini curdi che giungono in Francia e cercano di sbarcare il lunario, sognando un approdo in Inghilterra. Il tentativo, molto kieslowskiano, di trovare un significato nei volti e negli incontri, cade in una retorica vecchio stampo che la macchina da presa non riesce a rendere realmente filmica: lo spettatore non si appassiona mai del tutto alle vicende dei personaggi, che restano macchiette sfocate senza nerbo e senza alcuna capacita’ di trasmettere un messaggio, nemmeno quello tipicamente wendersiano della necessita’ del viaggio per una comprensione non solo di se stessi ma anche dell’altro. L’animismo europeistico che dovrebbe stare alla base del progetto di Finkiel sfocia in un determinismo banale e fin troppo concreto.
Un viaggio del tutto differente, invece, compiono un trentenne curdo, la cui gamba e’ saltata su una mina durante il genocidio compiuto nel ’91 da Saddam, e una donna con figlia piccola che ha appena divorziato dopo un matrimonio impostole da uno zio opportunista. Entrambi cercano di entrare in Iraq dalla frontiera militarizzata dell’Iran, l’uno per portare a Baghdad una petizione contro i crimini di guerra di Saddam, l’altra per tornare alla sua terra d’origine. Ma la natura e’ ostile, e’ inverno, nevica e i militari di frontiera non vanno troppo per il sottile. In Welate efsane (The land of legends), in concorso nei Cineasti del Presente, il regista curdo/iraniano Rahim Zabihi filma la disperazione dei senza-patria con piglio deciso, prendendo molto dallo stile del maestro del nuovo cinema iraniano Kiarostami (campi lunghissimi, discorsi corposi con macchina fissa, lunghi piani sequenza in cui le variazioni dell’inquadratura sono quasi impercettibili) ma aggiungendovi, soprattutto nella prima parte, un tono di commedia che non guasta e rende piu’ sciolta la vicenda. Nonostante le inquadrature, spesso riuscite e convincenti, riescano a dare il giusto pathos al dramma, il film non decolla del tutto, rimanendo a mezza strada fra la denuncia civile e sociale (peraltro, largamente scontata e vagamente retorica, soprattutto nel finale) e la volonta’ di lasciarsi alle spalle un passato di lacrime per cominciare una nuova vita all’insegna della giustizia. Ma e’ comunque una pellicola coraggiosa e interessante, da non passare sotto silenzio.
Un viaggio dentro se stesso, invece, compie Frank Allen, il brillante conferenziere protagonista di Chaos theory, lungometraggio della sezione Piazza Grande, per comprendere che a poco serve programmare ogni minuto della vita se poi non si capisce quali siano le cose piu’ importanti. Il newyorkese Marcos Siega, gia’ attivo in ambito videoclip e serie tv, dirige i bravi Ryan Reynolds e Emily Mortimer in una commedia sentimentale che ha i pregi e i difetti tipici dei prodotti seriali statunitensi: comincia benissimo, divertendo ed emozionando, ha un ritmo perfetto ed e’ costruita con il bilancino, ma tradisce le aspettative dalla meta’ in poi, dilungandosi in filosofeggiamenti d’accatto (“all you need is love”, sembra voglia essere a un certo punto il messaggio sottostante: che fantasia!) e terminando poi in un volemose bene del tutto fuori luogo. Una commediola da Sundance in calando, riscattata dalla buona prova degli attori ma del tutto senza qualita’.

Davide Verazzani