Questo sito contribuisce alla audience di

LOCARNO 2008 - 9 AGOSTO - AVER PAURA DI INNAMORARSI TROPPO

E’ la paura di innamorarsi che pare attanagliare i protagonisti dei film presentati oggi a Locarno. Articolo di Davide Verazzani

Ci si muove, sovente, per non essere soli. E sono difficili i momenti in cui si cerca, senza sosta, qualcuno con cui condividere emozioni. Ma a volte, anche quando si crede di avere trovato quiete, non si smette di cercare, non ci si ferma. Perche’ prende un’ansia incontrollabile, una volonta’ di fuga, un timore insensato. E’ quello che gli sportivi chiamano “la paura di vincere”, che porta a compiere gesti razionalmente idioti ma, al momento, del tutto comprensibili e spiegabili. Alla luce di una follia shakesperiana, si potrebbe dire.

E’ la paura di innamorarsi che pare attanagliare i protagonisti dei film presentati oggi a Locarno. Quel timore reverenziale che porta a gesti inconsulti, spesso dagli esiti imprevedibili e a volte tragici, del tutto opposti a quel che si era sperato. Gli esiti cinematografici pero’, come si puo’ ben immaginare, sono ben differenti.
Il Concorso non riesce a decollare, presentando nuovamente una pellicola mediocre come l’austriaco Marz, di Handl Klaus. Nell’indagare gli esiti del sucidio di tre giovani nelle campagne tirolesi, il regista vorrebbe identificare l’insostenibilita’ dei gesti borghesi e la noiosa ripetitivita’ di azioni socialmente normali ma pericolosamente destabilizzanti, soprattutto nella mente di persone ragionevolmente piu’ evolute. Si puo’ ben capire, dalla rappresentazione di un mondo superficiale, che i tre ragazzi abbiano deciso il gesto estremo per una totale mancanza d’amore e di socialita’ vera, ma il tutto viene presentato con una giustapposizione di immagini che molto devono al Dogma di Von Trier (una grammatica cinematografica che ha distrutto le potenzialita’ creative di schiere di giovani autori, verrebbe da aggiungere…) ma senza i guizzi del suo creatore. La presunta cattiveria rimane sullo sfondo, e quello che vediamo e’ il ripetersi quotidiani di gesti banali: manca un’idea vera di trama, mancano qualche variazione sul tema (che poteva ben avvenire, dato che viene inserito il ritorno improvviso del fratello di uno dei tre suicidi con fidanzata ignara al seguito), mancano la passione e il sangue.
Meno negativo, ma ugualmente poco riuscito l’olandese Katia’s sister, con cui la regista Mijke De Jong torna a Locarno dopo la mezza delusione del 2007. Il rapporto fra due sorelle, l’una giovane e bruttina, l’altra bella e prorompente, tocca temi di inquieta morbosita’ (la paura d’amare ritorna anche qui fortemente, non solo nella relazione fra le due sorelle ma anche nel loro aprirsi al mondo circostante) ma rimane irrisolto sullo sfondo di una Amsterdam sonnacchiosa. La regista si conferma maestra nel costruire situazioni e dialoghi, ma altrettanto deficitaria nel trarre conclusioni adeguate.
E’ stato relegato nela sezione Play Forward, quella piu’ sperimentale del Festival, l’esordio dietro la macchina da presa dello scrittore francese Michel Houllebecq. Il transalpino, icona della dissacrazione parolaia in patria, ha deciso di portare sullo schermo il suo ultimo romanzo, La possibilita’ di un’isola. La vicenda di morte e clonazione, di santoni ed extraterrestri, di amore filiale e amore paterno, di resurrezione e lotta per la sopravvivenza, di ossessione e malattia, se su carta poteva avere una sua ragion d’essere, al cinema crolla miseramente per l’incertissima mano dell’inesperto regista, che maneggia una materia magmatica, ricca di riferimenti scientifico-letterari, con imperizia programmatica prima ancora che operativa. La paura del giovane, interpretato da Benoit Magimel, di dover essere la reincarnazione di un sorta di guru provvidenziale, edipico padre da amare e venerare, diventa un guazzabuglio di immagini sulfuree e senza senso, sottese da una voce fuori campo sentenziosa e barocca. La notoria presunzione di Houellebecq crolla davanti a un media che non padroneggia: davvero, di un nuovo regista cosi’ non se ne sentiva la mancanza.
L’amore ritorna nel tedesco Nordwand, presentato in Piazza Grande, che narra della tragica prima spedizione intrapresa nel 1936 da due alpinisti tedeschi per trovare una nuova via di scalata per la parete nord dell’Eiger, montagna temuta della Svizzera meridionale gia’ resa celebre negli anni ’70 dal thriller Assassinio sull’Eiger con un Eastwood post-Callaghan. Al di la’ dei luoghi comuni presenti, che ingenuamente presentano giornalisti infidi e opportunisti, riccastri cinici, belle donne ingenue e nazisti cattivi, il film si dimostra di corposa e solida narrazione, con riprese di montagna spettacolari, una suspence ben controllata (almeno per chi non sa come va a finire la vicenda…) e una natura matrigna e indisponibile. La storia d’amore fra uno dei due alpinisti e una giovane fotografa che trovera’ foruna poi a New York emoziona, nonostante nel finale scada in un melo’ largamente inverosimile.
L’amore verso una madre in preda all’Alzhaimer, con un passato di droghe allucinogene e follie situazioniste, permea Choke, debutto alla regia dell’attore Clark Gregg, tratto dall’omonimo romanzo del luciferino Chuck Palahniuk. Tra follie masturbatorie, ossessioni sessuali, animali liberati di notte, autobus rubati, vecchie ossessionate, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, l’universo malato dello scrittore statunitense, gia’ autore di Fight club, prende forma in una commedia bizzarra e divertente, in cui spicca il protagonista Sam Rockwell, che edulcora la forza sovversiva del romanzo ma non perde in mordente.

 

Davide Verazzani