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LOCARNO 2008 - 10 AGOSTO - CONFUSIONE

Si puo’ vagare per ore sul bordo del lago. L’acqua immobile riflette gli stati d’animo di chi la osserva... Articolo di Davide Verazzani

Si puo’ vagare per ore sul bordo del lago. L’acqua immobile riflette gli stati d’animo di chi la osserva. A volte felici, a volte malinconici. Sempre alla ricerca di qualcosa. Che sfugge, immancabilmente, e aumenta la nostra confusione. Guardare negli occhi i turisti che hanno deciso di trascorrere le loro vacanze qui e’ un passatempo inutilmente prezioso. Aiuta a dimenticare, forse. Ma non fa smettere di cercare un senso, nel vuoto pneumatico che circonda le montagne che si affacciano imperiose sul lago.

Quella volonta’ di capire i motivi della morte che permea i protagonisti di 33 scenes from life, film polacco in concorso diretto dalla regista Malgoska Szumowska, non nuova a riflessioni su temi simili. La morte di una nota scrittrice e, poco dopo, del marito regista, innesta un disfacimento psicologico non solo del nucleo familiare (gia’ abbastanza disastrato nonostante le apparenze borghesi),ma soprattutto della vita di Julia, figlia minore della coppia e promettente fotografa, sposa insoddisfatta che decide di vivere un’esistenza diversa che ne anestetizzi la sofferenza. Il tema dell’elaborazione del lutto e della eterna ricerca e distruzione/costruzione di valori viene manipolato con una certa ruvidezza dalla regista, che rischia a volte il ridicolo involontario e non e’ in grado, per evidenti carenze di scrittura, di far decollare una vicenda che invece avrebbe potuto essere paradigmatica.
Ben altra ricerca, ben altro senso positivamente confusionario ha invece il lavoro del milanese Davide Manuli, che con Beket piazza un colpo che potrebbe essere vincente nei Cineasti del Presente. Partendo dalle configurazioni tipiche del teatro dell’assurdo (due uomini sconosciuti si ritrovano in un luogo sconosciuto senza un perche’, e sono obbligati a parlarsi senza comprendersi), Manuli rovescia l’idea beckettiana di Aspettando Godot, facendo decidere ai suoi due personaggi di andarselo a cercare questo fantomatico sig. Godot, visto che lui decide di non farsi vedere,e rendendoli quindi protagonisti di una ricerca che spazia in luoghi ora desertici ora lussureggianti; cosi’ facendo, Manuli puo’ sfruttare abilmente la comicita’ naturale dei paradossi beckettiani, e coinvolgere nello svolgimento un clown naturale come Paolo Rossi (qui stranamente misurato), un campione del rock demenziale come Freak Antoni (nell’improbabile ruolo di un mariachi che recita le vecchie canzoni degli Skiantos) e un inedito Fabrizio Gifuni in pose plastiche da pistolero e in possesso di esilarante voce cavernosa. Non c’e’ trama, e le scene si susseguono senza un senso vero e proprio, se non quello di viaggiare verso qualcosa che non c’e’, tanto che, quando si crede di aver trovato un motivo a questo peregrinare, la vicenda si chiude tragicamente per poi ricominciare a ruoli invertiti. Un pastiche ironico e divertito, di una leggerezza inusuale , arricchito dalla splendida fotografia in bianco e nero di Tarek Ben Abdallah, gia’ collaboratore di Luciano Melchionna in Gas.
Il tentativo di tirare le fila di una Storia, rigorosamente con la esse maiuscola, che da un fumoso appartamento di Reggio Emilia è finita sulle prime pagine di tutti i giornali negli anni ’70 e ’80, viene compiuto da Gianfranco Pannone nel documentario Il sol dell’avvenire, presentato nella sezione Ici et Auillers. I fondatori del nucleo emiliano delle BR, tra cui Franceschini, si ritrovano quasi 40 anni dopo intorno agli stessi tavoli da osteria dove teorizzarono il distacco dal PCI e la rivoluzione. Materia assai scottante, che il regista romano maneggia con un certo distacco, facendo parlare spesso più i luoghi che le persone e partendo da molto lontano, dal concetto arcinoto di “Resistenza tradita” e dai moti di Reggio del ’60 contro la legge-truffa. Rimangono molti nodi irrisolti, non tanto per il non detto dei protagonisti (non si poteva certo sperare che in poco più di 1 ora si dipanassero tutti i motivi di quella decisione scellerata), quanto per la scelta di non prendere una posizione netta sull’argomento da parte di Pannone; il regista da un lato fa tranquillamente teorizzare i potenziali svilupi di una presa del potere da parte dei ragazzi di allora (con frasi agghiaccianti, buttate alla rinfusa, che paragonano tale situazione con la dittatura di Pol Pot), dall’altro sembra prendere le distanze in maniera molto ambigua, quasi come un lavacro di coscienza, con alcune frasi di circostanza nei quadri di raccordo e, soprattutto, mostrando al termine le foto di alcune vittime brigatiste, in modo del tutto arbitrario e senza alcun collegamento nè con il girato (per tutto il documentario non si parla quasi mai di lotta armata, se non di sfuggita) nè con la storia (i morti furono il frutto di frange brigatiste del tutto avulse dai capi storici, che dal ’75 in poi erano già tutti in galera). Il contrappunto delle canzoni degli Offlaga Disco Pax, gruppo neosensibilista autore di un patchwork elettronico con testi i cui riferimenti ai valori socialisti e rivoluzionari sottolineano la storia raccontata dal documentario, sembra essere un furbo occhiolino alla realtà odierna e ai giovani d’oggi, che meglio poteva essere espresso usando altre immagini ben più corpose e potenti (un Franceschini che cammina tra la folla, ad esempio) piuttosto che attingendo al repertorio di un gruppo che, tra l’altro, usa più che altro l’arma dell’ironia ed è dichiaratamente avulso da ogni forma di estremismo. Molto altro si potrebbe e dovrebbe dire di questo film che sta scatenando mille polemiche in Italia (dimostrando che i cretini non vanno mai in vacanza); il commento a caldo lo fa ritenere un film sbagliato non tanto nella sostanza quanto nella progettualità a monte. Attendiamo ancora, insomma, qualcuno che ci sappia riconciliare con un passaggio cosi’ controverso della nostra storia recente, anche se col passare del tempo ne siamo sempre meno fiduciosi.

Davide Verazzani