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LOCARNO 2008 - 11 AGOSTO - IL MIO CANTO LIBERO

Negli avanti/indietro continui con cui vivo questo festival, tiramolla fra Milano e la Svizzera come un frontaliere, assaporo la mia liberta’... Articolo di Davide Verazzani

Negli avanti/indietro continui con cui vivo questo festival, tiramolla fra Milano e la Svizzera come un frontaliere, assaporo la mia liberta’. Che non e’ solo quella di andare a 130 all’ora anche nelle autostrade elvetiche, dove il limite e’ minore (questa e’ solo incoscienza, piu’ o meno marcata a seconda delle situazioni), ma piuttosto scegliere cosa vedere e perfino di cosa parlare e di cosa e’ meglio tacere. Bella, questa liberta’. Non totale, ma relativamente esclusiva. Che portera’ a schiantarsi contro un muro, prima o poi, ma almeno ce lo fa fare con il sorriso sulle labbra.

La liberta’ di amare, di vivere, di scegliere. Che si ritrova in Dioses, film peruviano (con coproduzione argentina) in concorso diretto da Josue’ Mendez, al suo secondo lungometraggio. La narrazione segue Diego e Andrea, fratello e sorella, rampolli di un industriale dell’acciaio anaffettivo e autoritario. I due giovani si annoiano tra il lusso della loro casa con servitu’ e i locali alla moda di Lima, ma se Andrea ha gia’ trovato una sua indipendenza con il lavoro di modella, Diego (segretamente, ma non troppo, innamorato della sorella) e’ attanagliato dall’ignavia e dai sensi di colpa. Il ritratto di una societa’ decadente e corrotta nei sentimenti e nei valori, piu’ ancora che nel denaro, e’ spietato pur senza essere troppo crudele o retorico: il rischio di una caduta nella didascalia bella e buona c’e’ ad ogni scena, ma il regista sa tenere in mano l’impasto con piglio sicuro, concedendosi trovate registiche molto interessanti (un carrello laterale in fabbrica in cui si sovrappongono padre e figlio, movimenti di macchina leggeri e maestosi, un sottofinale con un lungo piano sequenza omnicomprensivo e di ottimo ritmo) e sostenendo i temi con una sceneggiatura praticamente perfetta e con interpreti adatti alla bisogna (soprattutto Anahi de Cardenas, nei panni della giovane Andrea).
La liberta’ di decidere come raccontare, pur non essendo un regista, che si esprime in Lezione 21, storia della nascita della Nona Sinfonia di Beethoven che segna l’ esordio alla regia di Alessandro Baricco, inserito nel programma di Piazza Grande. Molti, ed io fra questi, attendevano lo scrittore al varco con i fucili spianati, un po’ per combattere, con snobismo da critico, il narcisismo baricchiano, un po’ timorosi di rivedere uno scempio come il Musikanten di Battiato del 2005. La prova, bisogna ammetterlo, e’ superata meglio del previsto. Circondandosi di ottimi professionisti che lo supportano nella traduzione in immagini dei suoi pensieri, Baricco sceglie una narrazione quasi totalmente onirica, spaziando dalla descrizione di una mitica lezione universitaria tenuta dal genialoide prof. Kilroy, che ora vive tra clochard e delinquentelli in un bowling abbandonato, agli ultimi istanti di vita tra le nevi alpine di un violinista austriaco, tale Anton Peters, nel 1831, il tutto contrappuntato da pseudo-interviste a personaggi di inizio Ottocento contemporanei di Beethoven, che spiegano tecnicamente la genesi dell’opera. Tra personaggi circensi che sembrano usciti da un film di Gillian o di Herzog (con tanto di veliero fra i ghiacci, esplicita citazione di Fitzcarraldo), e momenti estatici alla Greenaway o alla Jarman, il film si dipana con inusitata leggerezza, concedendosi perfino una sottile autoironia e una scrittura veloce e lineare, senza insensati intellettualismi. Forse non del tutto riuscito nella parte piu’ “razionale” (il meeting degli ex universitari allievi di Killroy e’ ridondante e fuori fuoco), con un finale troppo lungo e meditativo e, questo si’, intellettualoide (l’incontro con la “Bellezza” e la danza su un lago ghiacciato con le ultime note di Beethoven), Lezione 21 e’ in ogni caso un’opera che affascina ed emoziona, forse anche in virtu’ della sua provenienza non cinematografica. Uscira’ sicuramente al cinema, vista la produzione di Fandango, e crediamo sia il caso di non lasciarselo sfuggire.
Cosa che invece puo’ benissimo capitare per The eternity man di Julien Temple. Perche’, se liberta’ vuol dire anche anarchia, e’ anche vero che, voltairianamente, la liberta’ di ognuno finisce dove inizia quella dell’altro. L’opera lirica scritta da Dorothy Porter (gia’ autrice, tempo fa, di un antiquato e ridondante poema in versi) con le musiche di Jonathan Mills, che narra della vera storia di Arthur Stace, veterano australiano della Prima Guerra Mondiale che, dedito all’alcoolismo, vagava per le strade di Sidney scrivendo ovunque la parola “Eternita’ “ senza mai essere scoperto per quasi 40 anni, e’ di per se’ opulenta e difficilmente digeribile; portata sullo schermo, puo’ sbalordire solo per la gamma cromatica con cui Temple, ex videoclipparo della prima ora, colora le varie scene, soprattutto quelle iniziali circensi e quelle finali dell’alba sulle scogliere. Per il resto, si tratta di un attentato alla pazienza dello spettatore, con lunghe scene in cui il protagonista vaga di notte per le vie di Sidney, una musica eccessiva e monocorde e un canto recitativo in cui si fa fatica a distinguere le note. Se stasera in Piazza Grande, come sembra, piovera’ durante la proiezione, sappiamo che anche dall’alto sono d’accordo con noi.

Davide Verazzani