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LOCARNO 2008 - 13 AGOSTO - NESSUN DOLORE

Poco tempo ancora. Per gioire del privilegio di essere in un Festival a vedere film che forse nessuno vedrà mai... Articolo di Davide Verazzani

Poco tempo ancora. Per gioire del privilegio di essere in un Festival a vedere film che forse nessuno vedrà mai. Per camminare sull’acciottolato di Piazza Grande vestita a festa. Per incrociare gli sguardi di amici, vecchi e nuovi, appassionati di cinema, che si arrossiscono via via per il buio della sala (e forse anche per le ore di sonno mancate a causa dei cocktail assassini dei locali locarnesi).
Dovrei essere triste, eppure la sofferenza può montare anche senza il dolore. Né fisico, né nell’anima.

Un po’ come avviene al protagonista dell’ottimo film anglo-turco-tedesco in concorso, The market, un commerciante maneggione che cerca di far fruttare un po’ di soldi ricevuti per andare a comprare medicinali per bambini in Kazakhistan e, quindi, guadagnare quanto gli serve per aprire un negozio di telefonia mobile nel paesello di confine dove vive: qualcosa andrà storto, ma alla fine sembra che si possa sempre rinascere. Il regista inglese Ben Hopkins, che ha all’attivo parecchi cortometraggi visionari e un paio di lungometraggi interessanti, prende di petto il tema della libertà individuale andandoselo a cercare in un protocapitalismo arruffone. Ne viene fuori una commedia di ottimo ritmo, con attori azzeccati e svolte narrative ben studiate, dove lo sguardo teneramente ironico sui suoi personaggi non disdegna incursioni in tematiche di livello superiore (l’indipendenza creativa, la corruzione, le mafie locali) e in situazioni oniriche quasi wendersiane. Il miscuglio poteva essere deflagrante, ma viene seguito dall’autore con piglio giocoso: non ci stupiremmo se questo film vincesse qualche premio.
Il dolore non sfiora nemmeno Alix, la ventisettenne protagonista di Je ne suis pas morte (Cineasti del Presente). Creata già ventisettenne dal misterioso prof. Stein, Alix è un essere all’apparenza perfetto, salvo che per una sola caratteristica: non è in grado di amare. Lascia il sicuro rifugio di Biarritz per vagare verso Parigi, cercando spiegazioni su questo sentimento oscuro, ma finisce per perdersi anche lei. Sarà forse questo il significato dell’amore? Il regista Jean Charles Fitoussi è stato allievo e assistente di Straub e Huillet, e purtroppo si vede. Lo attanaglia un desiderio costante di spiegare qualsiasi situazione con le parole, anziché con i gesti, così da creare un impasto verboso ed estetizzante di frasi sentenziose, senza preoccuparsi di dare un senso alle situazioni che vivono i suoi personaggi. La confezione del film è poi particolarmente sgangherata, essendo composto da tre lungometraggi giustapposti in cui i protagonisti sono vari e diversi: forse l’intento era quello di comporre una sinfonia cinematografica, ma le ambizioni del regista rimangono nella sua lena volenterosa e non affiorano mai sullo schermo, invaso per 190 mortali minuti dai deliri di persone senza passato e senza futuro, ma comunque sempre incredibilmente amorfe dinanzi agli avvenimenti.

Troppo dolore ha percorso gli ultimi mesi della vita di Jen (raccontata nel franco-canadese Storyofjen, presentato in Concorso), quindicenne canadese figlia di Sarah, una splendida giovane mamma rimasta vedova da poco per il suicidio del marito, per poterlo esprimere compiutamente. La ragazzina vive un’esistenza isolata, di fatto chiusa in un universo squallido, che viene appena rischiarato dall’arrivo di Ian, fratellastro del padre suicida. Il sentimento di attrazione e paura provato per Ian porta al precipitare degli avvenimenti e ad una fine ancora peggiore. Ma forse, sarà proprio lì che madre e figlia potranno trovare il coraggio di parlarsi di nuovo. Lo sguardo affettuoso del regista Francois Rotger si posa senza sosta sui volti disgraziati di queste due donne, sole ad affrontare una tempesta più grande di loro eppure volitive e imperturbabili. Traendo dalla storia vera di una sua amica, il regista viene però emotivamente coinvolto dal racconto, che non sa tenere unito né nei luoghi né temporalmente; la vicenda si sfilaccia ben presto, quindi, da un lato cadendo in luoghi comuni (i vicini impiccioni, il nonno giusto e solitario, le amiche smorfiose), dall’altro creando subplot di difficile lettura che levano emozione e distraggono lo spettatore. LA povera Jen, ragazzina dal meraviglioso sguardo inquieto, non esce dal pasticcio che il suo autore le costruisce intorno, e nonostante l’interpretazione sofferta di Laurence Lebouef (Jen) e Marina Hands (Sarah) l’intreccio non prende forma, rimanendo un abbozzo incompiuto.

Davide Verazzani