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L’arte del film

Guardando lo schermo cinematografico, qualcuno di noi osa immaginar il tempo in cui le strade brulicanti di uomini diventeranno sacre agli occhi di ciascuno, nelle immagini e nella realtà. (Vachel Lindsay)

Vachel Lindsay
L’arte del film

a cura di Antonio Costa

traduzione, note e post-fazione di Anna De Biasio

Saggi, pp. 256, € 22,00 - Marsilio

Guardando lo schermo cinematografico, qualcuno di noi osa immaginar

il tempo in cui le strade brulicanti di uomini diventeranno sacre

agli occhi di ciascuno, nelle immagini e nella realtà

Vachel Lindsay

Pubblicato nel 1915, e ristampato in edizione accresciuta nel 1922, L’arte del film è il primo libro di teoria del cinema uscito negli Stati Uniti. È significativo che a scriverlo sia stato un poeta, un visionario. Più che una teoria organica, Lindsay ci offre una trattazione immaginosa, costellata di riferimenti curiosamente tradizionali (religiosi, poetici, artistici), ma anche ricca di profonde intuizioni sulla natura del cinema e sull’intimo legame tra il cinema e i miti fondatori della civiltà americana. Le parti più significative del libro riguardano la classificazione dei generi cinematografici sulla base degli ingredienti essenziali che ne hanno decretato la fortuna: azione, sentimento, magnificenza, e il confronto con pittura, scultura, architettura e danza. Ne deriva un’idea di cinema come arte figurativa, accompagnata però dalla coscienza che il movimento ha la capacità di mutare quelle arti cui il cinema viene di volta in volta assimilato. Le folgoranti intuizioni di Lindsay sul valore del primo piano e sulle capacità del cinema di cogliere i dati più espressivi del paesaggio naturale e urbano anticipano i teorici francesi della fotogenia. E un capitolo, tra i più citati, sui rapporti tra cinema e ideogrammi (writing-picture) presenta parentele con le successive teorizzazioni formaliste e con tematiche che diventeranno centrali nella riflessione teorica di S.M. Ejzenštejn. Questo libro rivela un’intima affinità con l’opera di D. W. Griffith che, al pari di Anita Loos e Douglas Fairbanks, fu un estimatore delle riflessioni teoriche di Lindsay.

Poeta e predicatore vagante, vachel lindsay fu chiamato il William Blake dell’età del jazz. Nato a Springfield (Illinois) nel 1879, fece studi artistici a Chicago e a New York, ma rimase per tutta la sua vita legato alla sua città nella quale ambientò la sua unica opera di narrativa (The Golden Book of Springfield, 1920). Attraversò più volte a piedi gli States, distribuendo i suoi componimenti poetici da lui stesso illustrati in cambio di vitto e alloggio. Oltre a due libri di viaggio, pubblicò varie raccolte di poesie che gli diedero grande fama negli States. Edgar Lee Masters, l’autore dell’Antologia di Spoon River, gli dedicò una biografia e Allen Ginsberg, padre della beat generation, lo citava frequentemente. Lindsay coltivò una fiducia illimitata nelle sorti degli Stati Uniti, esaltandone i caratteri originali e prospettandone un futuro strettamente legato allo sviluppo della democrazia (e del cinema). Morì suicida nel 1931 e la sua morte è così rievocata da Allen Ginsberg in una poesia del 1958: In un’altra città 27 anni fa / vedo la tua ombra sul muro / sei seduto in bretelle sul letto / l’ombra della mano ti solleva una pistola alla tempia / la tua ombra s’inarca e cade a terra.

antonio costa, ordinario di storia del cinema alla Facoltà di design e arti di Venezia, è autore di numerosi saggi sul cinema. I più recenti sono: Il cinema e le arti visive, Einaudi, Torino 2002; I leoni di Schneider. Percorsi intertestuali nel cinema ritrovato, Bulzoni, Roma 2002; Marco Bellocchio, I pugni in tasca, Lindau, Torino 2005. Per Marsilio ha curato l’edizione italiana di L’organizzazione dello spazio nel Faust di Murnau di Rohmer e Hitchcock di Rohmer e Chabrol.

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