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Juno

La pellicola è di quelle da vedere: alle prese con un tema decisamente a rischio, regista e -soprattutto- sceneggiatrice riescono nell’impresa di costruire una commedia indipendente nel senso migliore del termine. Recensione di Marco Cavalleri

Juno
di Jason Reitman

Con Ellen Page, Michael Cera, Jennifer Garner, Jason Bateman, Olivia Thirlby, Allison Janney, Rainn Wilson, J. K. Simmons. Genere Commedia, colore 92 minuti. - Produzione USA, Canada, Ungheria 2007. - Distribuzione 20th Century Fox

Nella infinita provincia americana capita di annoiarsi. E capita di perdere la verginità con quello che, più che l’amore della vita, sembra un amico del cuore con cui si suona nello stesso scalcinato gruppetto rock. Ma capita anche che la cosa non rimanga senza conseguenze. A scoprirlo è Juno, che dopo un amorazzo con Paulie si scopre incinta: evento non proprio da poco, specie quando si è appena compiuto sedici anni. Dopo un breve pensiero al suicidio e uno appena più lungo all’aborto, la ragazza decide di far nascere il bambino. Trionfo del movimento per la vita? Non esattamente, visto che la protagonista non ha alcuna intenzione di tenere la creatura e pensa, approfittando della permissività della legge americana, di darlo in adozione. I candidati sembrano presto trovati: Vanessa e Mark, coppia sterile e altoborghese assolutamente perfetta per assicurare la serenità del nascituro. Ma con la crescita della pancia cresce anche Juno, che si troverà ad affrontare l’inaspettata crisi matrimoniale dei due prescelti e soprattutto i suoi reali sentimenti verso Paulie…

Juno è stato uno dei casi cinematografici dell’anno. Opera indipendente girata dal non proprio celeberrimo Jason Reitman, figlio d’arte (papà Ivan filmò Ghostbusters, e gliene siamo grati) finora conosciuto solo per il discreto Thank You for smoking, ha letteralmente sbancato i botteghini americani ricevendo al contempo qualcosa come trentotto premi in giro per il mondo e un Oscar per la miglior sceneggiatura, firmata dalla ex spogliarellista (del resto il nome è tutto un programma) Diablo Cody.

Allori meritati? Sì, assolutamente : e la pellicola è di quelle da vedere. Alle prese con un tema decisamente a rischio – non tanto dal punto di vista dei presunti “valori in gioco” quanto della caduta nel qualunquismo o nella melensaggine – regista (e soprattutto sceneggiatrice, proprio per fornire una scala di valori) riescono nell’impresa di costruire una commedia indipendente nel senso migliore del termine. Non sovraccarica di dialoghi, nonostante si parli molto, e con battute sufficienti per tre o quattro film senza voler dare l’impressione dell’anticonformismo o dell’intelligenza a tutti i costi, malattia infantile (e spesso mortale) del cinema indipendente americano. Dispensando intelligenza e una buona dose di anticonformismo senza parere, visto che il tutto resta legato allo scorrere di un racconto oliatissimo e complessivamente del tutto plausibile. Ne esce un film fresco, giustamente breve (92′, un record in questi tempi di ipertrofismo della celluloide), cattivo e buonista il giusto per non scadere mai in nessuno dei due estremi. Certo, non giureremmo sulla comprensione dimostrata dalla famiglia in un paese come gli States: e qualche tentazione di identificare la protagonista con un grillo parlante di collodiana memoria appare degna di miglior causa. Ma intanto si ride, un po’ si riflette e il metraggio scorse che è un piacere. E per una volta è davvero difficile non innamorarsi, magari platonicamente, della protagonista Ellen Paige, possibile icona fumettistica (vedi i bei titoli di testa) e mediatica del prossimo futuro. Non memorabile, sarebbe esagerato. Ma estremamente godibile senz’altro. Alla faccia dei Ferrara e delle Binetti che hanno tentato, senza capirlo, di impadronirsene.

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