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Nessuna qualità agli eroi

Un film autocompiaciuto e ombelicale, che fa passare in secondo piano l’ottima prova del trittico di attori. Recensione di Davide Verazzani

Nessuna qualità agli eroi

di Paolo Franchi

Con Elio Germano, Irène Jacob, Bruno Todeschini, Paolo Graziosi, Maria de Medeiros, Alexandra Stewart, Rinaldo Rocco, Mimosa Campironi. Genere Drammatico, colore 102 minuti. - Produzione Italia, Svizzera 2007.

Bruno è un assicuratore ginevrino, emigrato a Torino con la moglie Anne; oltre ai problemi personali derivanti sia da un complicato rapporto con il padre (famoso pittore, anaffettivo verso lui e la sorella Cecile) non superato nonostante la morte del genitore e l’allontanamento dalla Svizzera, sia dalla scoperta dell’impossibilità di avere figli, Bruno si trova in grosse difficoltà economiche in quanto deve restituire un ingente prestito al direttore di una grossa banca, occasionalmente usuraio. Quando all’improvviso il banchiere scompare misteriosamente, gli si fa incontro il suo giovane figlio Luca, un ragazzo psicotico e violento che lo affascina con i suoi modi rudi fino a rivelargli di essere l’assassino del padre, che lo libera così dall’obbligo di restituire il prestito. Nel frattempo, a Ginevra si inaugura la prima mostra completa delle opere del padre: Bruno è costretto a recarvisi con la moglie, ma ben presto ritorna a Torino, dove dovrà affrontare il rapporto con la moglie, decisa a capire i motivi delle sue ombrosità, e a risolvere definitivamente i legami familiari…

Giunto dopo tre anni alla fatidica soglia del secondo lungometraggio, Paolo Franchi vi arriva con un film faticoso sia nella visione che nell’impostazione. La pellicola si basa sul rapporto tempestoso fra il conscio e l’inconscio, e l’impianto psicanalitico è evidente fin dalla reiterata centralità della figura del padre. Quello che però rendeva leggiadro l’esordio di Franchi, La spettatrice, ovvero la credibilità del dipanarsi di una vicenda anche in quel caso, per molti versi, contorta e ambigua, in questo caso viene del tutto messo da parte a favore di una simbologia oscura che troppo spesso non viene alla luce e appesantisce, con i suoi rivoli interpretativi, una trama che meriterebbe ben altra capacità di scrittura. Ci troviamo più o meno dalle parti del Bellocchio più cupamente “fagioliano” (periodo “Diavolo in corpo”, per intenderci), dove la volontà di fare asserzioni anche importanti sulla difficoltà dei rapporti umani e su un “potere” occulto che ci impedisce di essere liberi non sa trovare alcuna strada che lo porti allo spettatore, rimanendo il più delle volte nella mente del regista (che, ricordiamolo, è critico psicanalitico dell’arte, e che quindi in quest’opera ha forse in buona fede inserito i suoi personalissimi fantasmi). Il risultato è un film autocompiaciuto e ombelicale, che quando tenta un colpo d’ala ricade su inquadrature inutilmente pittoriche o si incarta su dialoghi inopinatamente banali, e che fa passare in secondo piano l’ottima prova del trittico di attori, straordinario nell’aderenza al ruolo e nella capacità di donare il mistero e l’ambiguità ai personaggi (Bruno Todeschini, un Bruno inespressivo e cupo, Irene Jacob, indimenticata musa kieslowskiana che torna al cinema dopo molti anni con raggiante solarità nel ruolo di Anne, e soprattutto Elio Germano, splendida certezza del nostro cinema). Resta sottintesa la buona fede di Franchi, il cui mezzo passo falso non lo riduce a promessa mancata, ma crediamo non basti cercare un’interpretazione non realistica della vicenda, come ha ripetutamente dichiarato il regista, per dare spessore a un’opera fortemente squilibrata e, forse, troppo “sentita” e quindi difficilmente manovrabile.