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Colpo d'occhio

L’aspirazione di costruire una tragedia greca cozza contro una sceneggiatura debolissima. A volte, troppa ambizione porta al fallimento. Recensione di Davide Verazzani

Colpo d’occhio
di Sergio Rubini

Con Riccardo Scamarcio, Sergio Rubini, Vittoria Puccini, Richard Sammel, Paola Barale, Emanuele Salce, Giancarlo Ratti, Giorgio Colangeli, Alexandra Prusa, Flavio Parenti. Genere Giallo, colore 110 minuti. - Produzione Italia 2008. - Distribuzione 01 Distribution

Il famoso e ricchissimo critico d’arte Lulli, il giovane e dotato scultore Adrian, la sensibile studiosa d’arte Gloria: tre personaggi uniti da un triangolo di passione e amore devastanti. Lulli, fidanzato con Gloria di cui era mentore, viene lasciato da questa che gli preferisce Adrian, più romantico e idealista. Ma il rapporto fra i due giovani si guasta per il morboso desiderio di successo di Adrian, che non esita a porsi sotto l’ala protettiva di Lulli pur di ottenere visibilità e fama. Così facendo, Adrian distrugge la sua innocenza fino a perdere il suo migliore amico (un giovane scultore tossicodipendente con cui condivideva lo studio) e perfino la sua creatività. Alla vigilia di una mostra importante, Adrian non ha un’opera da esporre; sarà Lulli a suggerirgli cosa fare, ma questo scatenerà la rabbia di Gloria, che arriverà a ricattare Adrian…

Vogliamo bene a Sergio Rubini. Gli vogliamo bene nonostante la sua filmografia sia notevolmente discontinua, e per sé decida di ritagliarsi, nei suoi film, ruoli spesso bigger than life. Forse perché ci riconosciamo nei suoi personaggi e nelle storie che racconta, anche quando il racconto non riesce bene. O forse perché Rubini cerca, in ogni caso, di dirci la sua in maniera intelligente: a volte ce la fa altre no, e questo ci consola. E’ solo per questo che continuiamo a volergli bene, nonostante questa sua ultima fatica non possa proprio appartenere al novero delle sue opera migliori. L’aspirazione di costruire una tragedia greca (il film è colmo di riferimenti al teatro eschileo, e si conclude sul palcoscenico di un antico teatro romano) cozza contro una sceneggiatura debolissima, che nella prima metà costruisce un insieme di sottintesi che rimangono sospesi attraverso un racconto che però rimane statico, mentre nella seconda parte fa deviare la vicenda verso un finale tragico senza preoccuparsi della verosimiglianza dell’intreccio. Potrebbe essere interessante la riflessione sul mondo dell’arte, in cui non si comprende chi sia il manipolatore e chi il manipolato, ma anche in questo caso gli stereotipi mostrati sono troppi per un reale coinvolgimento emotivo dello spettatore (l’organizzatrice di mostre virago ninfomane, le istituzioni ignoranti e prone a chi dimostra di possedere importanti public relations, per citarne alcuni) e temi importanti, come la difficoltà dell’artista di farsi davvero comprendere e di trovare un sentiero di creatività e quella dell’intellettuale di rimanere se stesso anche quando la fama è ormai sopraggiunta, vengono posti in secondo piano rispetto a una storia che, più banalmente, ruota intorno a un love affair. La confusione, insomma, regna sovrana, e a poco servono alcuni squarci notevoli di abilità (l’inseguimento alla Biennale, il finale sospeso, in cui si intravvedono echi antonioniani), una recitazione tutto sommato convincente non solo di Rubini (e questo lo si poteva prevedere) ma anche di Scamarcio e della Puccini (credibile, con il suo volto ottocentesco e le sue grazie androgine, nel tratteggiare il ritratto di una donna sensibile e quasi rarefatta), e alcune intuizioni interessanti, come l’inizio in cui il mefistofelico Lulli/Rubini spiega le sue concezioni organizzative con l’enfasi di un critico che debba riempire una pagina bianca di concetti pensosi e spesso di senso oscuro, e fa tutto questo ammiccando allo spettatore. L’operazione fallisce proprio dove dovrebbe avere, nelle intenzioni dell’autore, il suo perno: il tentativo di costruire un prodotto che possa avere due livelli di lettura, uno più “basso” di psico-thriller e un secondo, più “elevato”, di ricerca sulle zone oscure dei rapporti fra le persone. A volte, troppa ambizione porta al fallimento. Proprio come accadeva nelle tragedie di Eschilo. Da tralasciare, a malincuore.

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