
Marcello Marcello
di Denis Rabaglia
Con Francesco Mistichelli, Elena Cucci, Renato Scarpa, Luigi Petrazzuolo, Alfio Alessi, Luca Sepe. Genere Commedia, 97 minuti. - Produzione Svizzera 2008.
La vita vorrebbe essere cambiata dal giovane protagonista dello svizzero Marcello Marcello. In un’isola del Sud Italia, nei tardi anni ’50, tradizione vuole che al diciottesimo compleanno di ogni ragazza i coetanei sfilino davanti al padre di lei con un regalo, per aggiudicarsi la possibilita’ di un primo appuntamento. A questa sorta di lotteria si sottomette anche Elena, la figlia del sindaco, tornata a casa dopo anni di studio all’estero. Marcello, figlio di un pescatore, innamoratosi della ragazza, si sottopone a una serie di incredibili prove per riuscire a portare al padre di Elena il regalo giusto che lo faccia diventare il prescelto.
Tratto da un romanzo dell’inglese Mark David Hatwood (originariamente ambientato in Liguria, luogo d’elezione dello scrittore), il film rimanda sia come ambientazione che come tipologia di personaggi alla piu’ “sana” commedia all’italiana, e avrebbe l’ambizione di unire un racconto favolistico e romantico con un sottotesto piu’ esplicitamente politico, di denuncia dell’impossibilita’ di cambiare uno status quo se non attraverso l’incoscienza di un ragazzo.
Tentativi, ahinoi, miseramente falliti per vari motivi. I colori sgargianti che illuminano ogni scena richiamano quasi un cartone animato e distolgono l’attenzione dall’azione sottostante. A parte un robusto coacervo di caratteristi di solida estrazione teatrale (tra cui emergono Renato Scarpa e Mariano Rigillo), gli interpreti si dimostrano largamente inadeguati alla bisogna, legnosi e impacciati nei movimenti e virtualmente non diretti da un regista che sembra pomposamente troppo fiero delle proprie capacita’ narrative.
La sceneggiatura e’ un delirio di imbarazzanti banalita’ e non funziona nemmeno come fiaba, se non come impianto narrativo di base. Si giunge allo scontatissimo finale sconsolatamente certi di avere assistito a un film televisivo, piatto come lo schermo di casa propria e non necessariamente fra i migliori, per giunta. Denis Rabaglia, regista di questo squinternato pasticcio, avrebbe forse dovuto abbeverarsi con meno presunzione alle pellicole italiane del dopoguerra che fungono da ideale sfondo alla sua vicenda, e avrebbe cosi’ potuto sfruttare molto meglio un’idea (non sua) niente affatto stupida e ben piu’ avvincente del piccolo sfacelo che ne e’ invece risultato.

Niccolo Falsetti








