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Un giorno perfetto secondo Bandirali e Terrone

La vacuità delle relazioni (cui la storia cerca per converso di assegnare dei valori intensissimi) è inconsciamente rivelata dalla gratuità dei movimenti di macchina. Articolo di Luca Bandirali e Enrico Terrone

Una donna importunata dall’ex-marito – bodyguard psicotico di un parlamentare con moglie teenager – vive una giornataccia in cui la licenziano da un call center, la stuprano in un canneto e infine le sterminano la famiglia. Ma la stessa giornata le fa anche il dono insperato di un’amicizia.
Il plot dell’azione esteriore di “Un giorno perfetto” si risolve in un’esperienza tragica: il film si apre sui gesti di una madre protettiva e affettuosa, che bacia e abbraccia i figli, mentre la conclusione sancisce il fatto che non è riuscita a proteggerli (né ci ha provato con particolare convinzione: è abbastanza bizzarro che prima denunci l’ex-marito per la violenza sessuale, ma poi non sprechi una telefonata al 113 per comunicare che lo stesso ex-marito ha preso i figli e li ha di fatto sequestrati). Il plot interiore è affidato al racconto del passato, all’amore che non c’è più, ma non appare sviluppato; in compenso, i valori positivi del plot relazionale si impongono su tutto il resto: la donna fa amicizia con un’insegnante di sua figlia, e in una passeggiata romana notturna si apre, si racconta, si confida come non riesce a fare neanche con la madre. Insomma, non tutto il male viene per nuocere.

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